I primi colloqui di pace trilaterali fra le delegazioni di Ucraina, Russia e Stati Uniti, in corso ad Abu Dhabi, negli Emirati arabi uniti, arrivano dopo l’incontro di Volodymyr Zelensky con Donald Trump a Davos – e l’annuncio del raggiunto accordo fra Kyiv e Washington sulle garanzie di sicurezza americane per l’Ucraina, uno dei punti chiave del piano di pace – e il discorso al Forum economico mondiale del presidente ucraino, che ha duramente rimproverato i suoi più fedeli alleati, ovvero i Paesi dell’Unione europea, di non avere «volontà politica» per affrontare Vladimir Putin e di mostrarsi «persi» e «frammentati» di fronte a Donald Trump.

Una ramanzina che ha avuto quasi il sapore di un aperto sfogo, da parte di Zelensky, arrivato in Svizzera nei giorni in cui Kyiv è sotto continuo, pesante attacco da parte dei russi, il sistema energetico della capitale è stato mandato al collasso.

Dopo la lunga serie di colloqui, incontri, tentativi di accordo che hanno segnato questi quasi quattro anni di guerra su larga scala, il primo trilaterale fra Kyiv, Mosca e Washington (l’inviato speciale Usa Steve Wikoff insieme a jared Kushner ieri notte sono volati a Mosca) appare come un passo avanti e genera comprensibilmente grande attesa e molte aspettative. Che, però, potrebbe essere deluse. Al momento, la situazione appare in stallo su quelli che sono i punti cruciali e più controversi del piano e il Cremlino si mostra irremovibile sulle sue richieste-chiave, quelle territoriali: Mosca chiede che Kyiv si ritiri completamente dal Donbas. Questa per i russi è la condizione per un accordo di pace.

Abitanti di Kyiv in giro per la città coperta di neve, al gelo (REUTERS)

La strada, insomma, non sembra affatto in discesa. E gli ucraini, stanchi e sfiduciati, lo sanno bene e coltivano ormai poche speranze per una fine della guerra in tempi brevi. L’offensiva russa non accenna a rallentare e continua a flagellare il Paese, a partire dalla capitale. I bombardamenti incessanti hanno ridotto Kyiv al buio, al gelo, senza acqua, in un periodo in cui le temperature arrivano anche a 20 gradi sotto lo zero. L’emergenza energetica ha messo in ginocchio la capitale.

La situazione è estremamente difficile per gli abitanti e il sindaco Vitaliy Klitschko ha chiesto a tutti i residenti che possono permetterselo di lasciare la città – appello che aveva già lanciato due settimane fa, dopo che un vasto attacco notturno aveva lasciato seimila condomini senza energia – e ha avvertito gli abitanti che rimangono di fare scorte di cibo, acqua e medicine, in previsione di ulteriori attacchi. Nella città, ha detto il sindaco, al momento sono quasi duemila gli edifici privi di riscaldamento.

Come raccontano le testimonianze da Kyiv, in tante case il riscaldamento, se c’è, funziona poco e male e, con il gelo fuori, le temperature all’interno delle abitazioni scende fino a 10 gradi sotto lo zero, rendendo davvero molto difficile resistere, soprattutto di notte. In giro per la città sono stati allestiti dei punti di ristoro dove gli abitanti possono ricevere cibo e bevande calde, riscaldarsi, ricaricare i telefoni e i dispositivi elettronici. La vita cittadina cerca di andare avanti, in una parvenza di normalità. La gente prova a resistere. Tuttavia, dall’inizio di gennaio, a causa degli attacchi incessanti e dell’emergenza energetica, 600mila persone hanno abbandonato Kyiv.