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Ursula von der Leyen.
Ursula von der Leyen sembra avere capito che il mondo nel quale è nata e cresciuta l’Unione europea non esiste più. O almeno non esiste più nelle forme rassicuranti alle quali gli europei si erano abituati. L’America proteggeva, la Cina produceva e comprava, la Russia forniva energia a basso costo. L’Europa regolava, commerciava e distribuiva benessere. Quel triangolo è saltato. Da un bel pezzo.
È questo il significato geopolitico più interessante del discorso sullo stato dell’Unione pronunciato l’altro ieri a Strasburgo. La presidente della Commissione parte da un paradosso: «La nostra Unione non è mai stata così forte», eppure «può anche sembrare più fragile che mai». La novità non sta tanto nell’elenco delle emergenze – Russia, Cina, Intelligenza Artificiale, energia, clima, migrazioni – quanto nel tentativo di cucirle insieme dentro una nuova dottrina europea. L’Europa deve imparare a proteggersi.
Proteggersi anzitutto perché l’ombrello americano non è più quello di una volta. Donald Trump ha reso esplicito qualcosa che covava da tempo: Washington pretende – detto in maniera rude – dagli alleati europei maggiori spese militari e maggiore assunzione di responsabilità, mentre l’incertezza sull’impegno americano ha già spinto diversi Paesi Nato a rafforzare capacità e fornitori alternativi.
Von der Leyen non proclama il divorzio dagli Stati Uniti. Fa qualcosa di più prudente: cerca un’assicurazione contro la loro imprevedibilità.
Da qui l’immagine forse più significativa della giornata di Strasburgo: Mark Carney seduto nell’emiciclo europeo. Il premier canadese arriva da un Paese sottoposto a sua volta alla pressione di Washington. E von der Leyen gli propone qualcosa che finora neppure esiste giuridicamente: fare del Canada il primo «membro associato» dell’Unione europea. L’obiettivo dichiarato è portare i rapporti tra Bruxelles e Ottawa «al livello più alto possibile», costruendo una cooperazione che vada dal commercio alla difesa, dall’Artico alle materie prime, dall’intelligenza artificiale alla sicurezza economica.
Non è un dettaglio protocollare. È il tentativo di dare forma a un terzo spazio geopolitico: un’alleanza delle democrazie di media potenza che non vogliono essere costrette a scegliere continuamente fra Washington e Pechino e che, al tempo stesso, devono fronteggiare Mosca.
Von der Leyen lo dice apertamente parlando della crisi dell’ordine internazionale fondato sulle regole: l’Europa, sostiene, non può più presumere che quelle regole siano sufficienti a proteggerla. Bisogna «ripensare urgentemente» le alleanze e costruire nuove coalizioni. Peccato che in tema di difesa militare i membri dell’Unione procedano in ordine sparso, con la Germania che ha varato un mostruoso piano di riarmamento che addirittura dovrebbe sostituire l’industria dell’auto.
Sul fianco orientale c’è la Russia. La presidente della Commissione parla della guerra contro l’Ucraina e delle minacce ibride che stanno investendo il continente: cyberattacchi, sabotaggi, incendi, incursioni di droni. Propone una nuova strategia europea per la sicurezza, un meccanismo europeo di consultazione nelle crisi e rilancia perfino l’idea di un Consiglio europeo di sicurezza, aperto alla collaborazione con Canada, Regno Unito, Norvegia e Ucraina.
È un passo concettuale importante. Per decenni l’Unione si è pensata soprattutto come colossale mercato, nano in politica gigante in economia (come si diceva della Germania durante la Guerra Fredda). Ora comincia a parlare la lingua della potenza.
E poi c’è la Cina. Qui von der Leyen sceglie numeri brutali: il deficit commerciale europeo con Pechino è arrivato, secondo la Commissione, a un miliardo di euro al giorno. L’Europa dipende inoltre dalla Cina per oltre l’80 per cento di molte materie prime critiche, con punte del 90 per cento per alcune terre rare. La presidente parla apertamente di deindustrializzazione e promette di usare «tutti gli strumenti» disponibili per riequilibrare il rapporto. «Le parole vanno bene. Ma i fatti sono meglio». Se lo dice lei ...
È qui che la nuova strategia europea incontra la trasformazione forse più profonda dell’ordine mondiale. Pochi giorni prima del discorso di Strasburgo, il vertice dei Brics a New Delhi aveva riunito un inquietante blocco ormai allargato che comprende, tra gli altri, Cina, India, Russia, Brasile, Indonesia, Iran ed Emirati Arabi Uniti. Xi Jinping ha rilanciato l’idea di una cooperazione economica e tecnologica più stretta del «Grande Brics», dall’Intelligenza Artificiale alla finanza e al commercio.
Il mondo che emerge non assomiglia dunque alla Guerra Fredda. Non ci sono semplicemente due blocchi. Ci sono gli Stati Uniti, una Cina che guida una vasta rete di relazioni economiche, una Russia militarmente aggressiva, l’India che rivendica autonomia, i Brics che si allargano e una lunga serie di potenze medie che non vogliono schierarsi permanentemente con nessuno.
In questo paesaggio von der Leyen sembra voler ritagliare uno spazio europeo. Perfino l’Intelligenza Artificiale entra nella stessa logica. Regolare non basta più. L’Europa vuole mantenere l’AI Act, collaborare con Canada e Regno Unito sulla sicurezza dei modelli, ma contemporaneamente deve aumentare la propria capacità di calcolo e restare «nella corsa», perché – dice la presidente – ne va dell’indipendenza europea.
È la stessa parola che ritorna ovunque: indipendenza. Nell’energia, nelle materie prime, nella tecnologia, nella difesa.
La svolta, almeno nelle intenzioni, è questa. L’Europa che per trent’anni ha scommesso sulla globalizzazione prova a prepararsi alla frammentazione. L’Europa costruita attorno al mercato unico cerca una politica di potenza, come nell’età degli imperialismi. L’alleato americano resta indispensabile, ma non può più essere considerato incondizionatamente prevedibile; la Russia è una minaccia alla sicurezza; la Cina è contemporaneamente partner commerciale, concorrente industriale e fonte di dipendenze strategiche; il mondo dei Brics reclama un peso sempre maggiore.
Von der Leyen prova quindi a mettere insieme ciò che fino a ieri Bruxelles teneva in compartimenti separati: commercio, difesa, tecnologia, energia, materie prime, frontiere. Il Canada diventa il simbolo di questa ricerca di nuovi alleati.
Il problema è che un discorso sulla potenza non crea automaticamente una potenza. Servono capacità militari, industrie, energia competitiva, capitali, tecnologie e soprattutto governi europei disposti a condividere decisioni che finora hanno gelosamente mantenuto nazionali.
La presidente della Commissione sembra aver identificato il nuovo mondo. Alleluia. La domanda è se l’Europa riuscirà a cambiare abbastanza in fretta per viverci.




