La storia di Wendy Duffy è di quelle che non si leggono senza provare un senso di vertigine. È una ferita aperta, una domanda che resta sospesa.

Wendy, 56 anni, ex operatrice socio-sanitaria delle West Midlands, non è malata terminale, non è sola. Eppure ha deciso di morire. Non per una diagnosi inappellabile, ma per un dolore che non ha trovato argini: la morte, a 23 anni, del figlio Marcus in un tragico, e per certi versi banale, incidente domestico che ha spezzato la sua vita nel 2021. Da allora, ha raccontato la donna, «non vivo, esisto». Parole che rimandano alla profondità insondabile del lutto, quando diventa abisso.

La sua scelta di recarsi in Svizzera, alla clinica Pegasos, l'unica che accetta "clienti" che decidono di porre fine alla propria vita per gravi disturbi psichiatrici e non per malattie terminali, per sottoporsi al suicidio assistito e di rendere pubblica la propria decisione proprio alla vigilia della morte prevista per venerdì 24 aprile, ha riacceso nel Regno Unito il dibattito su questo tema delicatissimo. Un dibattito che coinvolge politica, diritto, medicina, ma che prima ancora tocca il cuore dell’umano: che cosa significa accompagnare chi soffre? E dove si colloca il confine tra libertà e responsabilità?

«Ho avvertito i miei parenti, le mie quattro sorelle, i miei due fratelli e gli amici. Ho sistemato casa e scelto anche la canzone di sottofondo quando morirò, ossia Die With A Smile cantata da Lady Gaga e Bruno Mars», ha raccontato la donna al Daily Mail, «perché avrò proprio un sorriso quando me ne andrò per sempre. È la mia scelta. È la mia vita».

La prima pagina del Daily Mail con l'intervista a Wendy Duffy

Secondo Wendy, suo figlio Marcus non avrebbe voluto che finisse così: «Fatti un cane, mamma, riprenditi, mi direbbe. Ma alla fine credo che capirebbe e forse mi aspetterà dall’altra parte». Wendy ha detto che indosserà proprio la maglietta di Marcus, «ancora con il suo odore», prima di assumere volontariamente un farmaco letale e spirare.

Non si può ignorare il grido di Wendy. Sarebbe ingiusto e disumano ridurlo a un caso da laboratorio legislativo. Il dolore per la perdita di un figlio è tra le esperienze più devastanti che esistano. Nella tradizione cristiana, questo dolore trova eco nella figura di Maria ai piedi della croce: una madre che vede morire il proprio figlio e resta, senza comprendere tutto, ma senza fuggire. È un’immagine che non offre risposte facili, ma indica una presenza, una compagnia possibile dentro la notte.

E tuttavia, proprio perché quel dolore è così radicale, la domanda che emerge è ancora più esigente: può la morte essere una risposta alla sofferenza? Oppure rischia di diventare una resa che lascia irrisolto ciò che chiede invece relazione, cura, tempo?

Le storie come quella di Wendy interrogano anche le nostre comunità. Non basta commuoversi. Occorre chiedersi dove siano stati, e dove siamo, quando una persona scivola in una solitudine così profonda da non vedere più alternative. Wendy ha raccontato anni di terapie, antidepressivi, tentativi di suicidio e tentativi di ricominciare. Eppure qualcosa non ha retto. Questo non autorizza scorciatoie, ma obbliga a una riflessione seria sulla qualità dell’accompagnamento, sulla capacità di sostenere chi attraversa traumi così gravi e, spesso, anche invisibili.

Nel Regno Unito, il disegno di legge sull’eutanasia promosso dalla deputata Kim Leadbeater, dopo essere stato approvato in prima lettura dalla camera dei Comuni è da mesi fermo in quella dei Lord, che ne discuteranno di nuovo proprio venerdì, nel giorno della morte per eutanasia di Wendy, e mentre crescono pressioni contrapposte. Da una parte chi invoca il “diritto di scegliere” anche in assenza di malattie terminali; dall’altra chi, come la deputata laburista Rachel Maskell, che ha votato contro il suicidio assistito, teme una deriva che allarghi progressivamente i criteri fino a includere fragilità sempre più diffuse. Non è una discussione astratta: riguarda il modo in cui una società decide di stare accanto ai più vulnerabili.

Una foto dal profilo Instagram di Marcus Dolman, morto quattro anni fa e figlio della 56enne Wendy Duffy, che ha deciso di recarsi in Svizzera per il suicidio assistito
Una foto dal profilo Instagram di Marcus Dolman, morto quattro anni fa e figlio della 56enne Wendy Duffy, che ha deciso di recarsi in Svizzera per il suicidio assistito

Una foto dal profilo Instagram di Marcus Dolman, morto quattro anni fa e figlio della 56enne Wendy Duffy, che ha deciso di recarsi in Svizzera per il suicidio assistito

(ANSA)

La vicenda di Wendy si inserisce in un contesto europeo già attraversato da casi controversi, soprattutto quando l’eutanasia riguarda sofferenze psichiche. Ogni storia è diversa, ma tutte pongono la stessa domanda: siamo sicuri che la risposta più umana sia abbreviare la vita, o non piuttosto intensificare la cura?

C’è un passaggio, nelle parole di Wendy, che colpisce più di altri: immagina che il figlio le direbbe di «prendere un cane e andare avanti». È come se, dentro di lei, convivessero due voci: quella della disperazione e quella di una possibile ripresa. È in quello spazio fragile che si gioca la partita decisiva, e lì la presenza degli altri può fare la differenza.

Nella prospettiva cristiana, la vita resta un bene indisponibile non per rigidità ideologica, ma perché riconosciuta come dono, anche quando è attraversata dal dolore. Questo non significa ignorare la sofferenza. Significa, piuttosto, ribadire che nessuno dovrebbe essere lasciato solo nel momento in cui la vita sembra perdere senso e che la morte non è mai una risposta al dolore ma una sconfitta (anche) per chi da quel dolore è interpellato e deve farsi carico.