Dal suo ultimo concerto a dicembre del 2011, in una piazza Maggiore di Bologna gremita, Francesco Guccini non è mai andato realmente in pensione. Resta quel “burattinaio di parole” che è sempre stato. Dedicandosi soprattutto alla sua grande passione, la scrittura. O regalando ogni tanto qualche chicca inaspettata come una frase cantata con il suo amico Roberto Vecchioni nella canzone dedicata ad Alex Zanardi, o l’inedito in dialetto Natale a Pavana, che apre l’album tributo Note di viaggio. E anche se lui non ama che si dica, rimane un maestro per molti…

Una domanda di rito: come ha vissuto il lockdown? Ne è uscito cambiato come dicono che sia successo a molti?

«L’ho trascorso ovviamente in casa come faccio già nella mia vita quotidiana a Pavana. Vivere qui dove ho un bel cortile è stato meno faticoso che per chi lo ha passato in città. L’unico cambiamento tangibile è la barba che è cresciuta a dismisura. Quella del cambiamento a mio parere è una favoletta. Rimaniamo tutti uguali. Restiamo le bestie che siamo. Ieri finalmente sono andato al ristorante. Indossavamo le mascherine. Eravamo pochissimi e ben distanziati. Sono cambiate le abitudini ma non siamo cambiati noi».

Lei si chiama come il Papa che ha incontrato nel 2018.

«Francesco è il nome di mio nonno. L’incontro con il Papa è stata opera del cardinal Zuppi, che mi onora immeritatamente della sua amicizia. È una grande persona, come lo è il Pontefice. Non è stata una vera e propria visita. Eravamo in migliaia. Poveretto, tutti volevano stringergli la mano. Una grande fatica che il Papa deve subire. Non sapendo cosa dire gli ho recitato la prima strofa del poema nazionale argentino Martin Fierro. Forse ho fatto una gaffe. Ma non c’è stato tempo di dire altro».

Dio è morto, una canzone laica ma profondamente religiosa. Che rapporto ha con la fede?

«Rispetto chi ha fede. Forse con un po’ di invidia. Io sono agnostico e faccio meno fatica di chi è dichiaratamente ateo. Vive in me un’idea, che è solo una fantasia da non credente, che arrivati al di là ci ritroveremo con tutti gli amici che se ne sono andati in questi anni, con i miei vecchi del Mulino, con mio fratello che, più giovane di me, è morto qualche anno fa. È qualcosa cui mi piacerebbe credere, ma so che non sarà così. Tra l’altro Dio è morto venne censurata dalla Rai, ma venne trasmessa da Radio Vaticana. Anche grazie alla Cittadella d’Assisi con cui ebbi qualche contatto tanti anni fa».

Infatti lei è uno dei più amati dai cattolici. Cantato negli oratori e nei gruppi scout. Come se lo spiega?

«Forse ai credenti piaccio, se posso provare a dirlo, per una mia onestà di base, per il mio essere quello che sono senza infingimenti. Senza retoriche di nessun tipo».

Lo sa che aver dichiarato di non essere mai stato comunista ha fatto notizia? Molti sono rimasti male.

«Ma non è una novità. Lo sanno tutti. Anche i miei amici comunisti. Tra l’altro, anche se recentemente ho scherzosamente attaccato le destre del nostro Paese, e non l’hanno presa bene, so che mi stimano anche loro. Comunque, in ogni senso, è una polemica che non mi interessa».

La chiamano “Maestrone”. Le piace essere considerato tale? E chi è stato il suo maestro?

«Non mi piace affatto. “Maestrone”, tra l’altro, è un nomignolo affettuoso e ironico nato tanti anni fa per un equivoco e non un titolo onorifico. Se penso ai miei maestri faccio due nomi: Ezio Raimondi, dal punto di vista letterario, un eccezionale italianista dell’Università di Bologna, e Franco Violi, mio professore alle magistrali di Modena che mi ha instillato la curiosità per le parole. E poi maestri sono stati i libri che ho letto. Purtroppo, la mia vista perde colpi. Oggi mi devo accontentare degli audiolibri che svolgono la loro funzione in parte, ma la carta da tenere in mano, sfogliare, prendere nota, sottolineare è un’altra cosa».

Tra i suoi fan ci sono molti ragazzi. Il nostro è un Paese per giovani?

«Non saprei rispondere. So che quella di lamentarsi, a ragione e a torto, è una caratteristica della gioventù. Era così anche ai miei tempi. Ma forse, poveretti, i ragazzi hanno delle motivazioni perché devono costruirsi una vita, un modo di essere. Ogni tanto dico “se avessi 50 anni in meno” e poi subito dopo penso “no, per l’amor di Dio, fare di nuovo tutta quella fatica”. Meglio rimanere con i miei 80 anni».

Il suo ultimo libro, Tralummescuro, è finalista al Campiello. Di cosa parla?

«Della fine di un paese, di una società, di una cultura. Di un mondo che non esiste più e ogni tanto perde qualche pezzo per ragioni anagrafiche perché non c’è ricambio. È la civiltà contadina di quando ero piccolo. Il Mulino dei miei nonni quando era in funzione. Lo rievoco non in maniera nostalgica perché onestamente da un punto di vista materiale adesso viviamo meglio. Però c’è un po’ di malinconia per qualcosa che ho visto e che non c’è più».

In Culodritto chiama sua figlia Teresa “reginetta dei telecomandi”. Ma lei ha rivelato che il telecomando lo teneva sempre il babbo nel taschino della camicia.

«È vero (ride), sono io, in realtà, il re dei telecomandi. Mi piace la televisione. Guardo Rai Storia, le notizie dei Tg, a volte per puro masochismo, e poi amo le serie tv».

In Van Loon racconta di suo padre. Gli assomiglia?

«Non credo. Con mio padre c’è troppa differenza di classe e di esperienze. Ha fatto due guerre, quella d’Africa e la seconda. Ed è stato prigioniero in campo di concentramento. Nello stesso campo di Guareschi e Gianrico Tedeschi. Ma non ne parlava mai. E io, come figlio di chi ha patito la prigionia, non potevo lasciare niente nel piatto. Poveretto, era molto severo. Poi ci siamo capiti. Solo quando è divenuto anziano ho potuto abbracciarlo».

La considerano un cantante impegnato, ma ha scritto bellissime canzoni d’amore come Farewell e Eskimo.

«L’ultima è Vorrei, dedicata a mia moglie Raffaella. Ma nelle altre, come si dice, “tiro il sasso e nascondo la mano”. Non sono vere e proprie canzoni d’amore. Racconto delle storie. Ma tutti i miei testi sono ricchi, tra le righe, di personaggi femminili».

Non si è mai pentito di non aver mai preso la patente?

«Assolutamente no. Mi è sempre piaciuto farmi portare in giro. Non ho neanche il telefonino. Sono una specie protetta dal Wwf».

Cosa canta sotto la doccia?

«Non canto mai sotto la doccia e mai le mie canzoni. Piuttosto tutte le mattine mi sveglio con un motivetto nuovo in testa. E lo canticchio tutta la giornata».

Dica la verità, ha nostalgia dei concerti?

«No, affatto. Anche stanotte ho sognato, come si sogna di fare la maturità senza essere preparati, che avrei dovuto fare un concerto e cantare almeno quattro o cinque canzoni. “Ma quali?” chiedevo. “Non le ricordo più”.»