Quando lo avevamo incontrato, qualche anno fa, abitava ancora nella stessa casa da cui era uscito la mattina del 18 aprile 1974 per recarsi, in autobus, in tribunale ed essere poi rapito, al suo ritorno, dalle Brigate rosse.  Dopo i sequestri “mordi e fuggi” di poche ore e quello del capo del personale della Fiat, Ettore Amerio, che era durato dal 10 al 18 dicembre del 1973, quello del magistrato genovese segna il cosiddetto “salto di qualità” della lotta armata. Parte da qui quell’attacco al cuore dello Stato che porterà a decine di morti e all’assassinio del presidente democristiano Aldo Moro. «Non si può comprendere il sequestro Moro senza studiare il rapimento di Sossi», è l’opinione diffusa tra gli storici del terrorismo.

Ed era l’opinione anche di Mario Sossi, morto il 6 dicembre all’età di 87 anni nella sua Genova. Per il magistrato, pubblico ministero nel processo al Gruppo armato XXII ottobre, era stata condotta una trattativa segreta per la liberazione. A livello ufficiale, invece, era stata subito dichiarata una linea di chiusura analoga a quella seguita poi nel sequestro Moro. Sossi, tenuto prigioniero da Alberto Franceschini, Mara Gagol e Mario Moretti (ma il solo Franceschini sapeva il luogo esatto della detenzione) sarà liberato il 23 maggio dopo la promessa della scarcerazione di alcuni detenuti della XXII ottobre. Scarcerazione che, però, sarà bloccata dal giudice Francesco Coco. Le Brigate rosse decideranno comunque di rilasciare il giudice sostenendo che così avrebbero dimostrato di mantenere la parola a differenza dello Stato. Negli anni seguenti, però, i leader più “moderati” delle Brigate rosse finiranno in carcere e il gruppo armato diventerà sempre più spietato. L'8 giugno 1976 il giudice Francesco Coco verrà assassinato assieme ai due uomini della scorta, Giovanni Saponara e Antioco Deiana. È il primo magistrato ucciso dalle Brigate rosse.

Quando ci aveva incontrato, il giudice Sossi, per la cui liberazione si era speso anche Paolo VI, ci aveva detto: «Sui sequestri lo Stato doveva mostrare maggiori aperture. Doveva trattare per me come avrebbe dovuto trattare per Moro. Lo Stato ha molti mezzi per mantenere il suo prestigio che non il sacrificio dei suoi uomini. È forte uno Stato che tutela i suoi cittadini. La rigidità, il non voler trattare a nessun costo, è sempre un segno di debolezza».