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Le immagini di alcuni palestinesi fermati in Cisgiordania con un numero impresso sulla fronte con un pennarello hanno richiamato alla memoria l’orrore dei campi di sterminio, quando ancora prima di essere mandati a morire, gli ebrei venivano spogliati della loro identità e ridotti a numeri tatuati sul braccio. Numeri che sono rimasti sulla pelle dei sopravvissuti come testimonianza di un orrore a cui l’intera umanità non avrebbe più voluto assistere. E invece, qualcosa di simile torna ad accadere, e per mano di coloro che quella memoria più di tutti avrebbero dovuto tenerla viva, non certo per farla diventare una vendetta della storia.
Ne abbiamo parlato con Anna Foa, storica dell’ebraismo, che con il recente saggio Il suicidio di Israele ha preso le distanze in modo inequivocabile dalle azioni del governo israeliano.


«È un grande dolore assistere a scene come queste, soprattutto per gli ebrei come me, la cui storia comprende anche la Shoah. Certo, non è la stessa cosa del tatuaggio sul braccio, perché qui è scritto con un pennarello, ma la disumanizzazione resta, e il richiamo alla pratica nazista nei campi di sterminio è evidente. Come se nascesse dalla volontà di invertire proprio quello che era successo e dire, come a dire: ora abbiamo noi il marchio dalla parte del nemico. Ed è ancora più grave perché non è stata messa in atto dai coloni, ma dall’esercito, quindi un’istituzione ufficiale del governo».


E non è neanche la prima volta. Nell’aprile scorso una cosa simile era stata fatta ad alcune donne palestinesi a cui era stato concesso di rientrare a Jenin dopo un’evacuazione, per recuperare alcuni effetti personali.
«Un episodio che era stato negato, perché considerato non corrispondente ai canoni dell’esercito israeliano, ma ora accade di nuovo e non può essere un caso, o semplicemente una situazione di comodo. Anche perché documentato dalle foto. Quindi, in un certo senso, ostentata, rivendicata come qualcosa di cui andare fieri, e questo è, a mio avviso, spaventoso. Dietro questo semplice gesto c’è tutto quello a cui stiamo assistendo da tempo: la volontà apertamente dichiarata di voler ammazzare i palestinesi, cacciare i palestinesi, disumanizzare i palestinesi, uccidere anche i neonati. Andando contro la stessa etica ebraica della storia, oltre naturalmente contro il diritto internazionale e la giustizia. Si è superato ogni limite».


D’altronde, lo stesso ministro della Sicurezza israeliano Ben Gvir, in una delle sue ultime dichiarazioni pubbliche, ha detto “Ritengo che a Gaza si debbano effettuare omicidi mirati, eliminando 30-40 persone ogni notte. Non solo coloro che rappresentano una minaccia immediata: lì ci sono persone che non meritano di vivere, non dovrebbero vivere, non sono nemmeno persone...”
«La cosa che mi colpisce in questo tipo di esternazione è che magari molti altri la pensano come lui, ma nessuno aveva mai osato dirlo per paura dell’isolamento, delle reazioni del mondo. Ora invece si osa dire cose del genere, si osa dire: “Io sono un assassino e voglio uccidere ogni giorno 40 persone, innocenti o meno che siano, non mi importa, ogni giorno”. Ben Gvir però non è semplicemente un matto, è il frutto di un’ideologia costruita nel tempo, è il frutto dell’incapacità anche del mondo ebraico di voler essere assolutamente maggioranza. E ci porta indietro nel tempo: quando gli ebrei della diaspora hanno cominciato ad allontanarsi dalla percezione di essere una minoranza per voler diventare maggioranza? Come hanno sviluppato l’incapacità di pensare che esiste un mondo intorno a loro? Che cosa è successo? Ci sono stati dei momenti in cui la storia di Israele poteva andare in un modo diverso, e spero che in futuro ci sia una nuova possibilità di uscita da questa deriva terribile».
Eppure chi condanna le azioni del governo Netanyahu viene accusato di antisemitismo.
«Io dico: meno male che il mondo giudica, se non giudicasse sarebbe ancora peggio, significherebbe la totale indifferenza. Poi, purtroppo, ci sono derive antisemite. Mi ha colpito un commento sui social: “Il baffetto aveva avuto ragione”, ma senza arrivare a questi estremi molte persone non riescono a capire, perché confesso che è davvero difficile anche per me. Io, da due anni e mezzo, quando parlo e scrivo, combatto proprio contro questo rinchiudersi nei recenti e tacciare ogni critica con antisemitismo. Io stessa vengo accusata di essere una rinnegata».


Anche tra molti gli ebrei laici, o comunque moderati, la reazione sempre più spesso e quella di negare lo sterminio in atto.
«Sì, c’è una volontà di negazione, la tipica reazione che le persone hanno di fronte a qualcosa che ti supera, che ti sovrasta, che non riesci a capire, che non riesci ad accettare, che ti fa paura. Per me, però, è inconcepibile che il mondo ebraico della diaspora, quello italiano in particolare, non si renda conto che, negando l’evidenza, alimenta i rigurgiti che diventano sì, davvero antisemiti. Col rischio che, a un certo punto, ci troveremo in un mondo in cui quel signore che ha scritto “Il baffetto aveva ragione” non sarà più solo un fenomeno isolato. Quando invece si arriverà a capire che quello che sta accadendo nei territori supera ogni limite di ragionevolezza e rinnega la stessa storia della Memoria, allora forse cambierà anche questo rigurgito antisemita e il mondo comincerà a riflettere e ad attribuire le colpe a chi le ha veramente, e non a tutti gli ebrei indistintamente, così come Netanyahu attribuisce la colpa di Hamas a tutti i Palestinesi».
A ottobre ci saranno le nuove elezioni. Questa escalation di violenza rafforzerà l’estrema destra?
«Dalle analisi che appaiono sui giornali israeliani non sembra che l’estrema destra possa uscire rafforzata. Salvo nuove provocazioni molto forti, io spero proprio che si arrivi, con una campagna elettorale accesa ma comunque dentro i limiti della normalità, a delle elezioni che rovescino Netanyahu. Dopodiché resterà da vedere chi vincerà davvero le elezioni e quali saranno le sue possibilità. Caduto Netanyahu, cadranno anche questi rigurgiti di estremismo e di fanatismo ebraico che vediamo all’opera anche nell’azione dell’esercito, condizionato dalla forte presenza di religiosi estremisti al suo interno e con un orientamento che spinge ad aberrazioni come il marchiare delle persone con dei numeri».





