«Abbiamo messo insieme persone diversissime unite dai valori della pace», dice don Renato Sacco, di Pax Christi, animatore della manifestazione che si è svolta ieri a Genova contro l’invio delle armi dal porto e la corsa agli armamenti. Perché «la pace è la convivialità delle differenze», aggiunge don Renato citando il vescovo di Molfetta Tonino Bello. Dai camalli della città della Lanterna agli scout dell’Agesci, dalle Acli all’Anpi, è lunghissima la lista di associazioni cattoliche e laiche che hanno aderito alla marcia della pace conclusa sotto le finestre di Palazzo San Giorgio, sede dell’Autorità portuale. Il messaggio è chiaro: dall’Italia partono troppe armi per cause belliciste (come la guerra nello Yemen) e non per la difesa, motivazione ammessa a norma della dottrina sociale della Chiesa e del Catechismo, come specifica l’arcivescovo di Genova Marco Tasca, insieme con il vescovo di Savona Calogero Mannino. Poi lo scambio della bandiera arcobaleno proveniente da Savona firmata dall’arcivescovo, in una simbolica staffetta che coinvolgerà tutti i porti d’Italia da dove partono le armi.

La pioggia battente diluisce l’inchiostro sui taccuini dei giornalisti, ma la folla variegata di giovani, anziani, uomini, donne e bambini resta lì, davanti alla Cattedrale, in piazza San Lorenzo,sotto gli ombrelli, ad ascoltare le parole dei due vescovi e degli animatori del corteo, prima che questo scenda verso il mare. Parla il rappresentante del Calp, il collettivo autonomo dei lavoratori del porto di Genova, che enumera le violazioni dell’invio di armi dallo scalo ligure in Paesi belligeranti. Vengono citate le parole di papa Francesco, la sua vergogna dichiarata rispetto all’aumento fino al 2 per cento della spesa per le armi. Padre Tasca ha voluto ricordare come San Francesco ai tempi delle crociate, nonostante le pressioni contrarie, volle andare ad incontrare direttamente il Sultano. Un esempio di come gli esponenti della Chiesa, possano animare e farsi protagonisti del negoziato e dell’azione diplomatica.



Don Renato Sacco legge un messaggio dell’attuale presidente nazionale della storica associazione pacifista cattolica, Giovanni Ricchiuti, vescovo in Puglia, che si è rivolto ai due vescovi. Una adesione entusiasta all’iniziativa ed un saluto ai coraggiosi obiettori di coscienza al carico e allo scarico di navi che traportano armi. Ma monsignor Ricchiuti critica anche tutti quei soggetti – USA, Europa e NATO – che pensano che la soluzione al conflitto fratricida scoppiato il 24 febbraio sia l’invio delle armi all’Ucraina. Don Gero, come viene chiamato amichevolmente il vescovo di Savona,  intervenendo chiede un applauso a papa Francesco perché «se c’è uno che sta giocandosi di persona e mettendoci la faccia in tutte le situazioni in questo tempo terrible è esattamente Francesco». Per il prelato la strada della pace e della giustizia sociale è chiaramente percorribile seguendo le indicazioni della Laudato Si e la Fratelli Tutti in cui è esplicitata non solo il rifiuto delle armi ma «la costruzione di una cultura della pace. Una pace che deve partire dall’ascolto dei fragili e delle vittime».

Don Bruno Bignami, direttore dell’ufficio della CEI nazionale per la Chiesa italiana per la giustizia sociale ed il lavoro, porta il saluto del vescovo presidente di quella Commissione Don Luigi Renna, arcivescovo di Catania proprio sul tema delle armi. L’antico motto latino, afferma amaramente Renna, si vis pacem para bellum fa ancora scuola e ricorda la dottrina sociale della Chiesa che aspira a un disarmo generale e controllato: «l’aumento annunciato da Draghi va esattamente nella direzione opposta e  minaccia la stabilità e la pace. La produzione, la vendita e l’accumulo di armi crea solo una strategia del terrore ed una cultura della deterrenza che scoraggia ogni lungimirante tentativo di accordi». Carlo Cefaloni del movimento dei Focolari e di Economia Disarmata, Carlo Tombola di The Weapon Watch,  ed infine Daniela Ferrara dell’Agesci, hanno completato gli interventi. Cefaloni cita Giorgio La Pira, il padre costituente e uno dei maggiori estensori dei principi supremi della Costituzione secondo cui «se non andiamo ad incidere sulle leve finanziarie ed economiche, non ci resta altro che la magra podestà delle prediche». Tombola ha ricordato i contenuti della lettera che verrà consegnata poi, con la marcia, all’Autorità Portuale: rispetto della 185/90 ed il rispetto del trattato internazionale sulle armi convenzionali, informazione pubblica per la sicurezza dei lavoratori e dei cittadini che abitano  vicino al porto sulla natura del carico delle navi che trasportano armi ed esplosivi di grande quantità e di grande potenza. Conclude gli interventi, prima della marcia, Daniela Ferrara, capo guida dell’Agesci che ha ricordato come tale associazione si ritiene responsabile «per gli effetti che tale situazioni ha per i bambini e le bambine per un futuro non soltanto di pace ma di assenza di conflitto».