PHOTO
(in alto: Giuliano Cazzola)
Professor Cazzola hanno ragione i Cinque Stelle a definire privilegi le pensioni dei parlamentari?
“Dipende da quali pensioni. Se si allude ai vitalizi rimasti in vigore prima della riforma del 2012 hanno ragione, ma dopo la riforma le pensioni dei parlamentari sono calcolate col sistema contributivo. In pratica riceveranno quanto hanno versato, circa il 9 per cento della loro indennità, mentre il rimanente 24 per cento lo versano Camera e Senato che sono i loro datori di lavoro. Un meccanismo analogo a quello di tutti gli italiani: un terzo il dipendente e circa due terzi l'azienda. Il sistema è equo e sottoposto alle medesime regole dei trattamenti ordinari, checché ne dicano i Cinque Stelle e i paladini dell’antipolitica”.
L’economista Giuliano Cazzola è uno dei massimi esperti di diritto del lavoro e di pensioni in Italia. E stato anche parlamentare di Forza Italia. Ha maturato una pensione di 1300 euro.
E’ giusto che un parlamentare possa percepire una pensione?
In Italia qualsiasi reddito produce una contribuzione che dà luogo a una pensione. Perché non dovrebbe essere anche per i deputati? Certo oggi ci si fa forte di un sentimento molto diffuso nell’opinione pubblica per sparare sui deputati e sulla classe politica, ma i privilegi, a parte qualche minimo aggiustamento su cui si può parlare, sono stati aboliti dal primo gennaio 2012. E’ prima del 2012 che ci sono state cose scandalose”.
L’onorevole Di Maio, vicepresidente della camera per i Cinque Stelle, ha presentato una proposta all’Ufficio di presidenza della Camera in cui si prevede di far confluire i contributi nell’Inps, in modo da parificare le pensioni a quelle di tutti i cittadini.
A parte il fatto che per questo genere di operazioni serve una legge e non una decisione dell’Ufficio di presidenza, inserirlo nei fondi sarebbe molto complicato. La mia proposta è che i parlamentari si iscrivano alla gestione separata dell’Inps, come avviene per i giornalisti, i professionisti, i professori universitari, i consiglieri di amministrazione e via dicendo. Grazie al metodo contributivo un giovane deputato non più rieletto avrebbe un ammontare da aggiungere a quello maturato nella sua nuova attività. Gli altri avrebbero un assegno supplementare se già pensionati o una seconda pensione se iscritti, proprio come nelle altre categorie professionali degli altri italiani”.
Non è uno scandalo che dopo soli cinque anni, anzi per la precisione quattro anni sei mesi e un giorno, un parlamentare abbia diritto a una pensione a 65 anni, mentre un normale cittadino, secondo al legge Fornero, ha bisogno di 20 anni di contributi?
“I 20 anni sono previsti per chi usufruisce del sistema misto retributivo-contributivo. Ovvero per tutti coloro che prima del 1995 già lavoravano. Ma dal 1995 chiunque abbia versato cinque anni di contributi ha diritto a una pensione di vecchiaia. I cinque anni sono la soglia contributiva minima per chiunque sia in regime contributivo. L’unico scostamento è che per deputati e senatori l’età della pensione di vecchiaia è di 65 anni, mentre per i normali cittadini oscilla intorno ai 67. Su questo si può lavorare. Per non parlare delle gestioni separate, che prevedono anch’esse un periodo minimo di 5 anni. L’unica condizione è che percepisca una volta e mezza l’assegno sociale, dunque circa 900 euro. Le faccio un esempio: un professore universitario che riceve un incarico in un’authority o in una commissione per cinque anni versa i contributi e dopo cinque anni avrà diritto alla sua pensione di vecchiaia. Gliel’ho detto: il sistema è equo per le pensioni dei parlamentari che si maturano dopo il 2012. Se invece volgiamo tagliare gli assegni precedenti allora può essere anche giusto.




