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Ora che è passato via come un uragano di pagine l’insieme stordente e variopinto dei coccodrilli, delle testimonianze e dei ricordi dedicati all’Umberto Bossi di Cassano Magnago, morto a Varese all’età di 84 anni, dopo lunga malattia, provo anch’io a scrivere la mia su un’esperienza politica durata 40 anni, che ho seguito da cronista quasi passo passo, terminata ufficialmente con la sua morte, anche se storicamente era finita ormai da molto tempo.
Sono nato e cresciuto a Busto Arsizio, in provincia di Varese, a pochi chilometri dalla sua città natale, Cassano Magnago, e da quella Gemonio dove viveva e che ha sempre costituito il suo buen retiro e dunque so di che cosa parlo. Io la Lega, il partito più vecchio presente in Parlamento, l’ho conosciuta molto prima che nascesse, nell’anno di grazia 1984 per volontà di sette soci fondatori. La Lega Lombarda di Umberto Bossi aleggiava già nell’antimeridionalismo diffuso che vigeva dalle mie parti. Alle medie ricordo che c’era un compagno di scuola (si chiamava Armiraglio) che in ogni discussione con la prof di lettere dava sempre la colpa ai meridionali (echeggiando ovviamente le discussioni a tavola dei genitori). Fuori dalla classe i meridionali diventavano “terroni” e la gente – tanta gente – assumeva toni molto più duri («non si affitta ai meridionali») con tanto di calunnie, risse di cortile, litigi in oratorio, agguati all’uscita di scuola, persino liti condominiali. Bossi ebbe l’intuizione di trasformare l’antimeridionalismo in consenso, in propellente politico, e nacque il suo partito, che poi divenne ovviamente qualcosa di più complesso, con il linguaggio delle piazze e l’istinto di chi fiuta prima degli altri dove si sta aprendo una crepa. E quella crepa, tra Nord e Stato centrale, tra contribuenti e macchina pubblica, lui l’ha allargata fino a farne un progetto politico molto più ampio, anche perché erano venuti in soccorso i nuovi migranti: gli extracomunitari.
Un capo nato fuori dal sistema
Umberto Bossi, i cui trascorsi politici di sessantottino e di cantautore degli anni ‘70 (nome d’arte Donato) sopravvivevano nei suoi occhiali a goccia, (unico caso famoso, che io sappia, a parte Antonello Venditti), non nasce nei corridoi del potere, e questo segna tutto. Quando negli anni Ottanta mette in piedi la Lega Lombarda, non ha né struttura né teoria compiuta. Ha però un bersaglio chiaro: il retropensiero antimeriodionalista e Roma. E un linguaggio che rompe con la politica educata della Prima Repubblica. Niente retorica paludata: slogan, frasi in dialetto, provocazione, vestiario sciatto, insomma: un popolano postmoderno. È una politica che somiglia più a una protesta organizzata che a un partito. Forse sarebbe finita lì, come molte altre formazioni indipendentiste dell’epoca, ma Bossi è un barbaro di genio, un formidabile tattico della politica che la storia ha scelto per scardinare la Prima Repubblica.
Il contesto storico favorevole
Il primo fattore scatenante, il grande booster, è la caduta del Muro di Berlino e la fine del comunismo che trasforma il voto da ideologico in identitario. Dal dualismo destra-sinistra si passa al Nord-Sud. Un propellente formidabile per l’autonomismo. A Est dopo la caduta del Muro ci si scannava, come in Bosnia e a Sarajevo. A noi è andata bene, c’è persino chi dice grazie a Bossi che ha saputo inglobare e contenere le spinte più violente. Sceglie come simbolo quell’Alberto da Giussano che non è mai esistito, simbolo della lotta dei Comuni contro il Barbarossa. Lo ispirano il marchio delle biciclette Legnano e il monumento della città lombarda di Enrico Butti, lo stesso scultore della statua a Giuseppe Verdi in piazza Buonarroti, a Milano. Diventa senatore guadagnadosi a vita il titolo di senatur insieme a Giuseppe Leoni che viene eletto onorevole. Poi arriva Tangentopoli, e lì Bossi, nonostante sia stato sfiorato dall’inchiesta Mani Pulite, capisce che il momento è arrivato. I partiti che hanno governato per decenni crollano sotto il peso delle inchieste e della fine del comunismo che li aveva tenuti in piedi per paura del “salto nel buio”, e lui si presenta come l’uomo pulito. Non raffinato, non rassicurante, ma credibile per chi è stufo. Nel 1991 era nata la Lega Nord, federazione di leghe territoriali tenute insieme più dal carisma del capo che da una vera ideologia, la sua vera forza.
L’ascesa: dal Parlamento a Milano
Il 1992 è il primo salto: la Lega entra in Parlamento con numeri che fanno tremare i vecchi equilibri. Ma è il 1993 che segna il passaggio decisivo: Milano, la capitale economica del Paese, elegge sindaco Marco Formentini. Non è un episodio locale, è un segnale nazionale. La borghesia produttiva del Nord si riconosce in Bossi, o almeno nella sua denuncia.
L’incontro-scontro con Berlusconi
Nel 1994 arriva l’incontro-scontro con Silvio Berlusconi. Due uomini diversi, ma entrambi figli del crollo della Prima Repubblica. Insieme vincono le elezioni e vanno al governo insieme all’Msi di Gianfranco Fini sdoganato dal Cavaliere e diventato Alleanza nazionale. Ma l’alleanza dura pochi mesi. Bossi rompe, accusa Berlusconi di volere costruire un potere personale (e in effetti l’imprenditore “sceso in campo” ha sempre cercato di sfilare i colonnelli di Bossi per arruolarli in Forza Italia) e ritira l’appoggio. È il primo strappo di un rapporto che sarà sempre ambivalente: necessità e diffidenza, convenienza e rivalità.
La rottura con Miglio e il primato del capo
In quegli stessi anni si consuma anche la rottura con Gianfranco Miglio, il professore che aveva dato alla Lega una struttura teorica. Me lo ricordo il giorno in cui da un palco allestito dentro a un capannone davanti a una folla di leghisti osannanti, alcuni dei quali con il cappellino nordista della guerra di Secessione americana, dichiarò la divisione dell’Italia in tre e proclamò la secessione. Ma Bossi preferisce la politica concreta, anche brutale. Come ministro delle riforme sceglie l’ex steward dell’Alitalia Speroni e Miglio se ne va, sbeffeggiato da Bossi. Il divorzio tra i due segna la fine di ogni ambizione “scientifica” del progetto leghista. Miglio non è altro che uno delle centinaia di dirigenti leghisti bruciati dal senatur, con metodologia quasi leninista, privilegio dei capi carismatici che ricevono il potere direttamente dal popolo. Feci io a Miglio l’ultima intervista della sua vita, andandolo a trovare nella sua villa in stile tirolese di Domaso, sul lago di Como. Mi parlò di Bossi come di un balordo da bar e aveva negli occhi uno sguardo malinconico, ben diverso dal suo ben noto piglio luciferino.
Simboli, riti e teatro politico
Sempre nel 1994 Bossi porta alla presidenza della Camera Irene Pivetti. È un gesto di rottura: una giovane leghista, fuori dai circuiti tradizionali, al vertice di un’istituzione. Ma anche qui la storia si ripete: il rapporto si deteriora, e la Pivetti finirà fuori dal partito.
A metà anni Novanta la Lega imbocca la strada più radicale: la secessione. Nasce la Padania, si organizzano referendum simbolici, si costruisce una narrazione identitaria potente, che finirà persino per creare una sorta di religione pagana con il rito delle ampolline del sacro fiume Po e altre pagliacciate del genere. Il pratone bergamasco di Pontida diventa il luogo sacro, il rito collettivo. È politica, ma è anche teatro. A pontida c’era un mercatino fatto di banchetti in cui si vendevano gadget politici di ogni tipo, quasi a ricreare grottescamente una Repubblica Padana: dalle banconote con Bossi in effige ai libri sul federalismo, dalle tessere dell’Ac i padano ai prodotti tipici e alla maglieria intima con la scritta “Viva la Padania”. E funziona, almeno per i suoi elettori e almeno per un certo tempo. Nel frattempo Bossi mette in atto il “ribaltone” alleandosi con D’Alema e Buttiglione, formando un nuovo governo.
Il ritorno al governo e il ruolo di Maroni
Poi però la realtà bussa. Senza alleanze non si governa. E Bossi torna con Berlusconi nel 2001. Diventa ministro per le Riforme e prova a tradurre in legge il suo cavallo di battaglia: il federalismo. Accanto a lui cresce Roberto Maroni, il numero due, il più istituzionale, più capace di tenere insieme il partito nei momenti difficili. Il rapporto tra i due è fatto di equilibrio instabile: Bossi è il capo, Maroni il gestore. Funziona finché funziona.
La malattia e l’inizio del declino
Nel 2004 arriva l’ictus. Un colpo duro, che lo segna fisicamente e politicamente. Bossi torna, ma non è più quello di prima. La sua voce si spezza, il suo carisma si affievolisce, anche se il simbolo resta intatto. La Lega continua a pesare nei governi Berlusconi, soprattutto nel 2008, ma è evidente che qualcosa sta cambiando.
Un’eredità controversa
E allora, tirando le somme, bisogna essere onesti: Bossi ha diviso il Paese, ma il Paese era già diviso. Lui ha dato forma politica a quella divisione, l’ha resa visibile, l’ha rafforzata, l’ha portata dentro le istituzioni. Ha imposto un linguaggio diretto, spesso sgradevole, ma efficace per ottenere consenso.
Gli scandali e la fine
Il colpo definitivo arriva nel 2012, con gli scandali interni sulla gestione dei fondi del partito. Altro che Roma ladrona, si scopre che la Lega è il partito più “italiano” degli altri, con i suoi mercimoni e le sue ruberie. Milioni e milioni rubati grazie alla legge sul finanziamento pubblico dei partiti. All’inizio si tenta di arginare lo scandalo con qualche colpo di belletto. Tra le centinaia di manifestazioni che ho seguito, viaggiando per migliaia di chilometri con la mia auto da un capo all’altro del Settentrione, da Venezia a Mantova (dove avevano istituito il Parlamento Padano, mentre il governo stava a Gemonio a casa di Bossi), da Varese a Lecco, con la neve, la nebbia, la pioggia o molto più raramente il sole abbagliante, oltre alle decine di raduni di Pontida in cui stavo per ore intirizzito, col mio taccuino, mescolato tra la folla osannante, magari accanto a qualche leghista energumeno in mimetica o travestito da vichingo, con i piedi nel fango (il prato di Pontida in realtà è uno spiazzo di terra annacquata), mi sono sorbito anche la buffonata delle scope, dentro un capannone affittato della Fiera di Bergamo, come se bastasse agitare una ventina di scope verniciate di verde per dimostrare che si è fatta piazza pulita in un partito corrotto.
Il lungo addio
Bossi è costretto a lasciare la segreteria. Non è una caduta improvvisa, è la fine di un lungo logoramento, di un lungo addio. Il movimento passa ad altre mani, cambia pelle, abbandona progressivamente il secessionismo per diventare un partito nazionale. Ricordo la prima manifestazione a Milano dei leghisti guidati dall’erede Matteo Salvini, che la risollevò dal 3 per cento al 20. Al corteo c’erano anche i circoli di Casa Pound. Bossi ha sempre fatto dell’antifascismo e della Resistenza uno dei suoi feticci, anche se non era immune da metafore guerresche e da impulsi guerreschi, come la nascita delle camicie verdi. Che diavolo c’entravano i circoli di Casa Pound nella Lega? Poi col tempo lo capii. Salvini invece lo aveva capito. Ma questa è un’altra storia.





