Giuseppe Conte ha scelto una lettera aperta a Repubblica per annunciare che il woke non può più essere «l’ossatura ideologica» della sinistra. Il vento viene dall’America, dove Alexandria Ocasio-Cortez ha liquidato come «folle» la prima stagione del wokismo. In Italia ha un sapore ancora più politico: Conte parla al Pd di Elly Schlein – a suo giudizio depositaria della cultura woke e annessi – e, dietro il dibattito culturale, si intravvede la competizione politica per la leadership progressista.

L’argomento è semplice: una sinistra che discute soprattutto di identità, linguaggio e simboli rischia di dimenticare la giustizia sociale: salari, casa, sanità, lavoro povero, diseguaglianze. E soprattutto offre alla destra il bersaglio ideale. Negli Stati Uniti il politicamente corretto, nato per proteggere minoranze e combattere discriminazioni reali, si è trasformato in alcuni ambienti in una grammatica ideologica e intollerante obbligatoria, con parole ammesse e proibite, statue da abbattere, classici da processare (come l’Odissea). La reazione a questo conformismo ideologico di sapore totalitario è stata Trump. In Italia il rischio ha un nome: Vannacci. Il woke finisce così per essere il miglior ufficio propaganda del vannaccismo. E’ chiaro che la mossa di Conte mira a scompaginare il Pd in vista delle primarie.

C’è però un dettaglio che rende la conversione di Conte più interessante. Se in Italia c’è stato un partito disponibile a frequentare molte delle battaglie poi raccolte sotto l’etichetta woke, quel partito è proprio il Movimento 5 Stelle. Nel 2013, durante la discussione alla Camera della legge contro l’omofobia, i deputati grillini si alzarono e si baciarono a due a due: uomini con uomini e donne con donne, mentre esponevano cartelli con la scritta «Più diritti».

Poi vennero battaglie più sostanziali. Nel 2021 la senatrice M5S Alessandra Maiorino difese nel ddl Zan l’«identità di genere» come punto non negoziabile, ricordando che il diritto all’identità di genere era stato inserito nella Carta dei principi e dei valori del Movimento guidato da Conte e definendo «irrinunciabili» anche i percorsi di educazione al rispetto nelle scuole.

Nel 2023 esponenti pentastellati si schierarono apertamente a favore della “carriera alias”: alla Camera Anna Laura Orrico accusò Fratelli d’Italia di ingerenza contro un liceo veneziano che consentiva agli studenti transgender di utilizzare il nome scelto, mentre in Lombardia la consigliera Paola Pizzighini rivendicò il diritto dei giovani all’«autodeterminazione». E nel percorso UNITE, promosso dal Comitato Politiche di Genere e Diritti Civili del Movimento, si è arrivati alla necessità di «decostruire» modelli culturali della maschilità collegati a dire dei pentastellati a rapporti di potere squilibrati e alla cultura patriarcale.

Non è tutto. Il movimento ha sempre rifiutato il concetto di diversità di genere e non accetta che i generi siano due ed esista la sola famiglia generativa stabilita dalla natura. E’ favorevole alle adozioni gay e alla maternità surrogata. Il 17 giugno scorso Conte ha partecipato ai Pride Talks di Roma sostenendo matrimonio egualitario, adozioni per coppie LGBTQIA+ e single e una legge contro l’omobitransfobia. Nulla di tutto questo, preso singolarmente, equivale automaticamente al woke. Ma è altrettanto artificiale raccontare il Movimento come un corpo estraneo alla stagione identitaria: ne ha condiviso lessico, simboli e parte dell’agenda culturale. Conte, per prendere le distanze dal woke, non deve soltanto colpire Schlein. Deve anche fare i conti con un pezzo del contismo.

E il Pd? Dire che sia un partito woke sarebbe una semplificazione. Ma negare che quella cultura abbia trovato nella segreteria Schlein un terreno favorevole sarebbe altrettanto artificiale. Diritti, identità, linguaggio inclusivo e rappresentanza delle minoranze hanno acquisito una centralità che lascia spesso ai cattolici democratici il ruolo degli spettatori. La loro tradizione, infatti, è universalista. Difende il debole in quanto persona, non in quanto membro irrevocabile di una tribù.

È qui che l’analisi di Milena Santerini, pedagogista dell’Università Cattolica, diventa illuminante. Gli eccessi della cancel culture, scrive su Avvenire, hanno mostrato «atteggiamento intollerante» e uno zelo talvolta fanatico, fino al rischio di congelare i gruppi dentro una «prigione identitaria». Il paradosso è perfetto: si nasce per liberare le minoranze e si finisce per rinchiuderle in categorie rigide, dove l’identità precede la persona e ogni dissenso diventa sospetto. In realtà la vocazione di chi difende le minoranze (come gli estensori dell’articolo 3 della Costituzione) è universalistica, non mi ra a sostituire il potere prevaricante di una minoranza su una maggioranza.

Ma Santerini aggiunge ciò che gli anti-woke professionali fingono di non vedere: la reazione può essere peggiore della malattia. Trump ha usato gli eccessi identitari per demolire anche strumenti di tutela e di discriminazione positiva. È il meccanismo delle guerre culturali: un estremismo produce l’altro e ciascuno vive dell’esistenza del nemico. Il woke ha bisogno del reazionario e il reazionario ha bisogno del woke.

Per questo l’alternativa non è scegliere tra censori progressisti e crociati identitari. È recuperare un umanesimo capace di vedere la persona prima dell’etichetta, difendere le minoranze senza trasformarle in caste morali e combattere le diseguaglianze senza compilare un dizionario delle parole consentite.

Se Conte vuole davvero liberare la sinistra dal woke, dovrà andare fino in fondo. Non basta cambiare vocabolario perché è cambiato il vento americano. Dovrà recuperare una cultura politica universalista sui diritti della donna e dell’uomo, capace di tenere insieme libertà e uguaglianza, diritti civili e questione sociale. Una cultura che in Italia è stata socialista, liberale e profondamente cattolica. Ed è forse proprio da lì che il Centrosinistra potrebbe ricominciare, prima che a svegliarlo definitivamente sia l’ex generale Vannacci con i suoi rovesciamenti identitari: gli omosessuali ai quali ricorda che «normali non lo siete», Paola Egonu italianissima ma con tratti somatici che «non rappresentano l’italianità», il femminicidio liquidato come «un omicidio come tutti gli altri» e altre orripilanti amenità.