PHOTO
Mario Draghi.
C’è un momento, nella vita delle istituzioni, in cui le parole smettono di essere cornice e diventano referto. È quello in cui Mario Draghi ha scelto di collocarsi con i suoi due interventi recenti, pronunciati a Bruxelles e a Oviedo, lo scorso ottobre. Due luoghi simbolici, non casuali: il cuore amministrativo dell’Unione e una capitale culturale europea. Due platee diverse, un unico messaggio. E una diagnosi che non ammette sconti e fa riflettere.
L’Europa, dice Draghi, rischia di uscire dalla storia non per mancanza di valori, ma per eccesso di inerzia. Va detto che quest’ultimo è un tema ricorrente nei pensieri dell’ex premier ed ex governatore della Bce: la mancanza di riforme o di iniziative, lo stare seduti sugli allori (che marciscono) è altrettanto deleterio che mettere in atto azioni sconsiderate. Questa prospettiva va applicata all’Europa. Il mondo su cui l’Unione aveva costruito la propria prosperità non esiste più. L’ordine multilaterale del Dopoguerra – imperfetto ma funzionale – si è incrinato fino a cedere. Gli Stati Uniti oscillano tra alleanza e dominio, la Cina esporta le distorsioni del proprio modello industriale, le potenze emergenti trattano la frammentazione europea come un’opportunità strategica. In mezzo, un’Unione che appare insieme subordinata, divisa e deindustrializzata, vaso di coccio in mezzo ad anfore di ferro.
A Bruxelles, Draghi ha parlato con la freddezza di chi conosce i meccanismi dall’interno. A Oviedo, ricevendo il premio Principessa delle Asturie, con la libertà di chi non deve più difendere un ruolo. Il contenuto, però, non cambia: «quasi ogni principio su cui si fonda l’Unione è sotto attacco». Non è una formula ad effetto. È la constatazione che l’apertura dei mercati, il multilateralismo, l’idea di una sicurezza fondata solo sulla diplomazia e persino la leadership climatica europea oggi producono costi che altri non intendono più sostenere.
Da qui la parola che Draghi ripete come un chiodo: pragmatismo. Una parola poco seducente, ma inevitabile. Il “federalismo pragmatico” che propone non è una fuga in avanti ideologica, né una riedizione tecnocratica del sogno europeo. È, più banalmente e più duramente, una risposta alla paralisi. Ventisette Stati, ciascuno con diritto di veto, non governano un continente: lo immobilizzano. Basta un solo Paese per bloccare tutto. E in un mondo che corre, chi si ferma arretra.
Draghi indica una via stretta e scomoda: alleanze flessibili, coalizioni di Stati pronti a condividere sovranità nei settori decisivi – difesa, industria, tecnologia, energia. Non un’Europa monolitica, ma un’Europa che funziona per obiettivi. Dove ha già scelto di federarsi davvero – mercato unico, concorrenza, politica monetaria – l’Unione ha funzionato ed è stata rispettata. Dove ha esitato, ha perso peso e voce.
Il rischio, evidente, è quello di un’Europa ridotta a progetto tecnico, efficiente ma senz’anima. Un continente che coopera solo quando conviene, più simile a un grande condominio che a una comunità di destino. Ma Draghi, a Bruxelles come a Oviedo, sembra dire una verità scomoda: oggi l’alternativa non è tra ideale e pragmatismo. È tra pragmatismo e declino.
Resta il paradosso finale. Draghi viene ascoltato, applaudito, premiato. Poi l’Europa torna alle sue liturgie: veti incrociati, paure nazionali travestite da prudenza, rinvii spacciati per equilibrio. Se continuerà così, l’ex presidente della Bce rischia di diventare una Cassandra europea: capace di vedere il futuro e indicare la strada, ma condannata a non essere creduta. E allora non sarà stato il pragmatismo a tradire l’Europa. Sarà l’Europa ad aver tradito se stessa.




