In politica ci sono parole che nascono come nomi propri e finiscono per diventare categorie dello spirito. “Doroteo” (dal nome di una corrente democristiana) è una di queste. Significa centrista, moderato, prudente, pragmatico, abilissimo nell’arte della mediazione e soprattutto in quella, antica quanto la politica, di amministrare il potere senza farsene travolgere. E, per quanto possa sembrare curioso pensando agli esordi barricaderi della leader di Fratelli d’Italia, è esattamente la parola che oggi si potrebbe usare per Giorgia Meloni.

Il 22 ottobre 2022 Meloni giurava al Quirinale davanti al presidente Mattarella. Prima donna nella storia italiana a diventare presidente del Consiglio: non ci era riuscita nemmeno la comunista Nilde Iotti, che si era fermata all’incarico di governo. Quasi quattro anni dopo, quella ragazza cresciuta nella sezione della destra romana della Garbatella arriva a conquistare un primato che nella politica italiana, dove spesso i governi sono durati meno di certi fidanzamenti estivi, ha un certo peso: la durata.

Il 4 settembre 2026 il suo esecutivo raggiunge quota 1.413 giorni, superando i 1.412 del secondo governo Berlusconi, rimasto in carica dall’11 giugno 2001 al 23 aprile 2005. Se poi si contano soltanto i giorni di pieno esercizio, togliendo quelli trascorsi da dimissionario a sbrigare gli affari correnti, il sorpasso è già avvenuto. Comunque la si giri, il governo Meloni diventa il più longevo della storia repubblicana. Nella storia d’Italia ha fatto meglio soltanto il Ventennio di Mussolini (ma quella era una dittatura e quanto ai raffronti sarà meglio fermarsi qui).

Nato dalle elezioni del 25 settembre 2022, vinte dal Centrodestra con Fratelli d’Italia primo partito, il governo di Giorgia ha mostrato fin dall’inizio una qualità abbastanza esotica per la politica italiana: una maggioranza numericamente solida e politicamente riconoscibile, costruita sull’asse Fratelli d’Italia-Lega-Forza Italia. Politicamente ha immediatamente puntato acutamente al centro moderato, ignorando o tenendo a freno quei movimenti che più si richiamano al fascismo (in questo campo sta spigolando l’ex generale Vannacci). È soprattutto questa stabilità ad aver permesso a Meloni – che ha scelto i tailleur di Giorgio Armani ed Ermanno Scervino per trasmettere autorevolezza o femminilità – di attraversare quasi un’intera legislatura senza una crisi, veleggiando tra sovranismo, europeismo e suprematismo, nonostante le differenze fra gli alleati su Europa, politica estera e fisco. Una forza politica ha bisogno di un “nemico”, secondo le teorie della Scienza politica: il Centrodestra di Giorgia – che si è impadronita con il suo “soft power” di tutta la Rai, con poco rispetto delle regole della lottizzazione – sembra aver scelto la magistratura, la sinistra (i “comunisti” di Berlusconi) e la cultura woke (con successo).

Il primo esame arrivò quasi subito, con l’emergenza energetica seguita all’invasione russa dell’Ucraina. La prima legge di Bilancio destinò oltre 20 miliardi nel 2023 agli interventi contro il caro energia per famiglie, imprese ed enti pubblici. Sul fisco il governo ha progressivamente ridotto da quattro a tre le aliquote Irpef, reso strutturale il taglio del cuneo fiscale e alzato a 85 mila euro la soglia del regime forfettario per gli autonomi.

Sul Welfare, invece, la cesura è stata assai più netta. Il Reddito di cittadinanza è stato abolito dal 1° gennaio 2024 e sostituito dall’Assegno di inclusione, destinato ai nuclei più fragili, e dal Supporto per la formazione e il lavoro. Una di quelle riforme che consentono ai governi di dire: da oggi si cambia. Resta poi da stabilire quanto sia cambiato davvero.

Anche perché i risultati economici sono una fotografia con qualche luce e parecchie ombre. L’occupazione ha continuato a crescere: nel giugno 2026 gli occupati erano 24 milioni e 310 mila, con un tasso di occupazione al 62,9 per cento e una disoccupazione al 5,7 per cento. I conti pubblici sono migliorati rispetto agli anni dell’emergenza pandemica: il deficit è sceso al 3,1 per cento del Pil nel 2025, dal 3,4 del 2024, mentre il saldo primario è tornato positivo grazie anche al grande tradimento della Lega sulle pensioni: Salvini prometteva di cancellare la legge Fornero e il suo collega lumbard Giorgetti da ministro dell’Economia la inaspriva.

Poi ci sono i due pachidermi nella stanza. Il debito pubblico nel 2025 era ancora al 137,1 per cento del Pil e la pressione fiscale è salita al 43,1 per cento. Soprattutto, l’economia continua ad avanzare con quella velocità che in Italia chiamiamo crescita soltanto perché “quasi immobilità” suona male: il Pil è aumentato dello 0,5 per cento nel 2025 e per il 2026 l’Istat prevede un +0,7 per cento. E, nonostante il recupero, nel 2025 il potere d’acquisto delle retribuzioni era ancora inferiore dell’8,6 per cento rispetto al 2019.

Sul Pnrr la premier (o il premier? Non si è mai capito) ha ereditato il Piano costruito dal governo Draghi, ma nel 2023 ne ha negoziato con Bruxelles una revisione che ha interessato numerose misure e aggiunto il capitolo REPowerEU. Il 2026 è l’anno decisivo per la conclusione del programma e la spinta degli investimenti legati al Piano continua a essere indicata dall’Istat fra i fattori che sostengono l’economia italiana.

C’è anche l’immigrazione, forse il terreno sul quale la distanza fra la Meloni di opposizione e la Meloni di governo si è misurata più plasticamente. Dopo l’impennata degli sbarchi del 2023, quando arrivarono via mare oltre 157 mila persone, l’esecutivo ha rafforzato gli accordi con i Paesi di origine e di transito, sostenuto in Europa una linea più severa sui rimpatri e varato il famigerato protocollo con l’Albania per la gestione di alcune procedure relative ai migranti.

Il progetto albanese, però, si è scontrato con gli ostacoli giudiziari ed è stato ridimensionato per non dire trasformato in pratica un resort per poliziotti. Nel frattempo gli arrivi sono diminuiti: al 10 agosto 2026 gli sbarchi dall’inizio dell’anno erano 17.176, meno della metà rispetto allo stesso periodo del 2025 e del 2024. Il governo lo rivendica come prova dell’efficacia della propria strategia. Un’efficacia costata un miliardo di euro, bruciati in nome del consenso mentre avrebbero potuto essere spesi per sanità, scuola, Welfare e via dicendo.

Dove invece la strada si è fatta parecchio più dissestata è sul capitolo delle grandi riforme. L’autonomia differenziata, approvata nel 2024 e fortemente voluta dalla Lega, è stata colpita in più punti dalla Corte costituzionale, che ha dichiarato illegittime diverse disposizioni della legge. Il premierato, cioè l’elezione diretta del presidente del Consiglio, è stato approvato dal Senato nel giugno 2024 ma è rimasto fermo alla Camera.

Ancora più sonora la frenata sulla giustizia. La riforma costituzionale che prevedeva, fra l’altro, la separazione delle carriere fra giudici e pubblici ministeri, due Csm e un’Alta Corte disciplinare è stata respinta dal referendum del 22 e 23 marzo 2026: quasi il 54 per cento di No contro il 46 per cento di Sì, con un’affluenza del 58,9 per cento.

Meloni ha riconosciuto la sconfitta, ma ha escluso le dimissioni. La botta è stata assorbita con relativamente poco: il defenestramento di qualche mela marcia politica, come il sottoseghratrio alla Giustizia Andrea Delmastro la ministra del Turismo Santanché e tale Gasparri, in accordo con la zarina di Forza Italia Marina Berlusconi e del vicepremier Tajani, altro monumento vivente del doroteismo. Un piccolo sacrificio umano sull’altare della stabilità e poi avanti, come se nulla fosse successo (e qui ancora una volta la scuola dorotea)

Molto più lineare la politica estera. Meloni ha mantenuto l’Italia saldamente dentro la Nato e nel sostegno all’Ucraina, costruendo contemporaneamente un rapporto pragmatico con le istituzioni europee. Questo gli ha creato problemi perfino con il presidente Usa Trump, di cui aveva conquistato l’amicizia e la simpatia grazie anche al suo fluente inglese. Non dobbiamo dimenticare che volò a Washington e ottenne in un gioco di triangolazioni di ostaggi la liberazione in Iran della giornalista Cecilia Sala. Nel 2024, anno della presidenza italiana del G7, il governo ha cancellato la via della Seta avviata da Conte e ha cercato di accreditare Roma come interlocutore fra Europa, Stati Uniti e Sud globale, con risultati altalenanti.

Dentro questa cornice è nato anche il Piano Mattei per l’Africa, che concentra gli interventi su energia, infrastrutture, formazione, agricoltura e cooperazione allo sviluppo. Ancora nell’agosto 2026 Meloni ha ribadito il sostegno italiano alla sovranità, all’indipendenza e all’integrità territoriale dell’Ucraina, senza troppo curarsi della vena filorussa della Lega di Salvini.

Ed eccoci così, quasi quattro anni dopo quel giuramento al Quirinale, davanti al dato che più di ogni altro definisce il governo Meloni: è ancora lì.

Può sembrare poco, ma in Italia non lo è affatto. In un Paese che dal 1946 ha avuto 68 governi, con una durata media degli esecutivi di circa quattordici mesi, superare i 1.400 giorni è un fatto storico. Naturalmente durata e risultati non sono sinonimi, così come resistere non significa necessariamente governare bene.

Meloni può mettere sul tavolo la crescita dell’occupazione, la riduzione del deficit e degli sbarchi e, soprattutto, la sopravvivenza di una coalizione che molti consideravano destinata a consumarsi fra gelosie, sgambetti e rivalità. Dall’altra parte restano la crescita modesta, il debito elevato, l’elevatissima pressione fiscale che pagano soprattutto i lavoratori dipendenti e le imprese, il problema dei salari reali e alcune riforme bandiera rimaste a metà strada o finite contro un muro.

E c’è un altro alleato della stabilità meloniana che non siede a Palazzo Chigi: la debolezza dell’opposizione. Il campo avversario continua a essere lacerato dalle divisioni interne, a cominciare dalla battaglia per la leadership fra Conte e Schlein. Quanto ai programmi, da parte del Centrosinistra non c’è un solo tema affrontato con chiarezza: dall’Ucraina, con i Cinque Stelle notoriamente filo Russia, al Reddito di cittadinanza, fino al rapporto con i cattolici, mentre i cattolici democratici dentro il Pd – che pure nascevano come uno dei due pilastri del partito insieme con i postcomunisti – sono ormai ridotti a una riserva indiana.

Il record della Meloni «donna, madre, cristiana» certifica dunque un piccolo paradosso della politica italiana. La durata del governo, da sempre una delle nostre grandi debolezze, è diventata la sua principale forza.

Il resto è molto meno semplice da mettere in una classifica. Perché un governo può battere tutti i record del cronometro senza che il cronometro sappia dirci se abbia corso bene. Il giudizio su ciò che è stato fatto in questi quasi quattro anni resta dunque aperto. E sarà uno dei terreni centrali dello scontro politico che porterà alle elezioni del 2027.