Anche per Mario Adinolfi vale la presunzione d’innocenza. Vale sempre, vale per tutti, e vale soprattutto quando l’indignazione pubblica e la feccia dei social vorrebbe sostituirsi al tribunale con la rapidità di un post. Adinolfi è accusato di truffa ed evasione fiscale nell’inchiesta sulla cosiddetta “Scommessa Collettiva”, una sorta di fondo di investimento che prometteva soldi facili, con rendimenti al 40%, speculando sugli eventi sportivi; sarà la magistratura a stabilire se quelle accuse siano fondate o no. Nessuna gogna. Mai.

Il punto, semmai, prima ancora che giudiziario, è simbolico. Mario Adinolfi non è soltanto un brillante giornalista, un politico, un ex deputato, un giocatore di poker (che diavolo c’entra l’azzardo col cristianesimo?), un personaggio televisivo, un reduce di mille candidature con molti zero virgola («Alle amministrative di Ventotene non mi ha votato nemmeno il mio cane»», ammise lui stesso). È stato soprattutto un personaggio pubblico che ha trasformato la testimonianza cattolica in una bandiera da sventolare, spesso in faccia agli altri.

La sua parabola politica sembra scritta da uno sceneggiatore con il gusto del paradosso: democristiano, poi popolare, poi nel centrosinistra, poi nel Pd, poi fuori dal Pd, poi ultraconservatore cattolico, poi simpatizzante trumpiano. Dalla sinistra cattolica al populismo identitario, dal linguaggio dei diritti sociali alla retorica muscolare contro tutto ciò che non rientrava nel suo catechismo personale. E in mezzo, sempre lei: la famiglia. Invocata, difesa, issata come uno stendardo. La famiglia detta, proclamata, brandita. Un po’ meno, forse, custodita nel pudore che meriterebbe ogni cosa sacra.

Perché la famiglia, prima di diventare un manifesto, dovrebbe essere una pratica quotidiana. È pazienza, fedeltà, perdono, fragilità accolta. Non è un comizio. Non è un format televisivo. Non è un randello con cui picchiare chi vive, ama o sbaglia in modo diverso dal nostro. Adinolfi ha un divorzio alle spalle: fatto umanissimo, doloroso, rispettabile. Nessuno ha il diritto di giudicarlo per questo. Ma proprio chi ha conosciuto la crepa dovrebbe maneggiare con più delicatezza le crepe degli altri.

Per anni, il suo cattolicesimo pubblico è parso spesso più simile a una militanza da stadio, da trasmissioni tipo La Zanzara che da testimonianza evangelica. Troppa foga, troppe scomuniche, troppi bersagli. A volte dice nella cagnara cose sensate come quando boccia senza appello la fecondazione eterologa, o difende il diritto alla vita, o condanna dell’aborto, a volte no. I gay, le unioni civili, i transessuali, il cosiddetto gender, gli immigrati, i progressisti, i tiepidi, i moderati, i non allineati. Un cristianesimo ridotto a identità, e l’identità ridotta a rissa. Come se il Vangelo fosse nato per dividere il mondo in curve contrapposte, anziché per inquietare anzitutto chi lo cita.

Qui sta l’incoerenza più profonda. Non nell’essere caduti, perché cadono tutti. Non nell’avere cambiato idea, perché cambiare idea può essere segno di intelligenza. Ma nell’avere trasformato la fede in un megafono e poi essersi lasciati sedurre da una politica che del cristianesimo conserva forse qualche simbolo, ma raramente lo stile. Più che il popolo della famiglia il suo era il populismo della famiglia. Trumpismo e Vangelo non sono sinonimi. Il primo ama il vincente, il muro, la battuta feroce, l’esibizione della forza. Il secondo comincia dai poveri, dagli stranieri, dagli ultimi, dai miti. Che poi questi ultimi siano meno spendibili in campagna elettorale è un problema della campagna elettorale, non del Vangelo.

Adinolfi, al di là dei suoi guai giudiziari dai quali gli auguriamo di uscire, è diventato il simbolo di una tentazione più larga: quella dei cattolici che parlano molto di principi e poco di stile. C’è infatti uno stile del cristiano. Sobrio, discreto, esigente prima con sé che con il mondo. Lo descriveva già la Lettera a Diogneto: i cristiani non abitano città speciali, non parlano una lingua separata, non ostentano una vita strana; stanno nel mondo, ma non appartengono alla sua vanità. Non devono apparire più forti, più puri, più rumorosi. Devono essere sale, non sirena.

Il vitalismo di Adinolfi — quella voglia continua di esserci, urlare, vincere, provocare, occupare la scena — appartiene più alla società dello spettacolo che alla compagnia dei credenti. E forse la lezione, amara ma utile, è questa: la famiglia non si sbandiera. Si pratica. E il cristiano, prima di salire sul pulpito delle Tv, dovrebbe ricordarsi che il pulpito più difficile resta sempre la propria vita.