«Pregate per me. Anch’io sono malato. Spero di farcela». Bastano poche parole, pronunciate con la voce incrinata dall’emozione, per cambiare il volto di un uomo pubblico.

È accaduto il 2 luglio scorso a Benevento, durante le celebrazioni della Madonna delle Grazie. Il sindaco Clemente Mastella, dopo cinquant'anni di vita politica, ha scelto di confessare davanti ai fedeli la propria malattia, poi precisando che si tratta di un tumore.

Per qualche istante è scomparso il politico navigato, il protagonista di mille battaglie, il personaggio spesso discusso, per scelte ormai lontane discusse (e discutibili, come quando fece cadere il secondo governo Prodi nel gennaio 2008). È rimasto semplicemente l’uomo. Un uomo che chiede preghiere. Un uomo che scopre, come tutti noi prima o poi, che esiste una soglia davanti alla quale il potere, il successo, il consenso e perfino l’intelligenza devono fare un passo indietro.

Al di là del personaggio politico, che può piacere o non piacere, c’è una nobiltà disarmante in questa confessione pubblica. In un tempo in cui siamo educati a mostrare solo efficienza, forza e controllo, dichiarare in pubblico la propria fragilità richiede una dose di coraggio.

Clemente Mastella, 79 anni, ha iniziato la sua lunghissima carriera nel 1976 venendo eletto deputato con la Democrazia Cristiana. Nel corso degli anni ha ricoperto ruoli di primissimo piano: è stato Ministro del Lavoro, Ministro della Giustizia e ha fondato diversi partiti, tra cui l'UDEUR
Clemente Mastella, 79 anni, ha iniziato la sua lunghissima carriera nel 1976 venendo eletto deputato con la Democrazia Cristiana. Nel corso degli anni ha ricoperto ruoli di primissimo piano: è stato Ministro del Lavoro, Ministro della Giustizia e ha fondato diversi partiti, tra cui l'UDEUR

Clemente Mastella, 79 anni, ha iniziato la sua lunghissima carriera nel 1976 venendo eletto deputato con la Democrazia Cristiana. Nel corso degli anni ha ricoperto ruoli di primissimo piano: è stato Ministro del Lavoro, Ministro della Giustizia e ha fondato diversi partiti, tra cui l'UDEUR

(ANSA)

La malattia ci rende tutti più umani, e quindi più uguali. La malattia non guarda il curriculum, il conto in banca o il numero di voti ricevuti. Ricorda a ciascuno che la vita è un dono prezioso, ma non è nelle nostre mani.

Forse è proprio questo il motivo per cui oggi tendiamo così tanto a rimuovere il pensiero della morte. Viviamo come se il tempo fosse inesauribile, rimandando gli affetti, il perdono, le parole importanti, la riconciliazione con Dio e con gli altri. Eppure la coscienza della nostra finitezza non è un invito alla tristezza. Al contrario, è ciò che dà peso e valore a ogni giornata.

Sant’Ignazio di Loyola lo aveva intuito con straordinaria lucidità. Negli Esercizi spirituali, al termine della seconda settimana, propone un esercizio di discernimento tanto semplice quanto spiazzante: immaginarsi sul letto di morte e domandarsi quale decisione si vorrebbe aver preso in un dato momento, quale scelta si vorrebbe aver compiuto, quale vita si desidererebbe aver vissuto. Non è un esercizio macabro. È un esercizio di libertà. Guardare la propria esistenza dalla fine aiuta a liberarsi di tante illusioni e a distinguere ciò che conta davvero da ciò che è soltanto rumore. La gloria umana dall’amore, l’unica cosa che ci porteremo dietro.

Se ci ponessimo più spesso quella domanda, forse cambierebbero molte delle nostre priorità. Ci preoccuperemmo meno di apparire e di più di amare. Cercheremmo meno il successo e più la fedeltà. Accumuleremmo meno cose e coltiveremmo più relazioni. Scopriremmo che il tempo più importante è quello che abbiamo davanti oggi, non quello che immaginiamo di avere domani.

Per questo le parole di Mastella non riguardano soltanto lui. Riguardano tutti noi. Perché, prima o poi, ciascuno dovrà attraversare quella stessa soglia. La differenza non sta nel sapere quando accadrà, ma nel decidere già ora come vivere il tempo che ci è affidato.

La malattia, allora, pur restando un male da combattere con tutte le risorse della medicina, può diventare anche una maestra severa. Ci ricorda che siamo creature, non padroni della vita. E che, quando tutto il resto cade, rimangono soltanto l’amore donato, il bene compiuto e la speranza riposta in Dio.