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Preparativi in un seggio elettorale per le elezioni regionali in Campania, Napoli, 22 Novembre 2025. ANSA/CESARE ABBATE
Le leggi elettorali, in Italia, non si concepiscono nei laboratori degli studiosi ma nelle retrobotteghe dei partiti. Non sono formule astratte: sono giacche su misura. La maggioranza di turno prende le misure, consulta i sondaggi e conclude soddisfatta: «Così mi calza». In questi anni abbiamo assistito a una sfilata degna della settimana della moda parlamentare: Mattarellum, Porcellum, Rosatellum. Ora arriva l’ultimo modello. C’è chi lo battezza Donzellum, dal nome del luogotenente di Giorgia Meloni Giovanni Donzelli, Melonellum, chi Stabilicum – parola che pare partorita da un creativo con la febbre (molto) alta. Il testo è stato depositato ieri alla Camera e al Senato,. La novità è semplice, e proprio per questo sostanziale: proporzionale ovunque. Sparisce quel 25 per cento di collegi uninominali maggioritari in cui chi prende un voto in più prende tutto. Addio duello secco. Si torna alla contabilità: tanti voti, tanti seggi. Perché al Centrodestra questa architettura piace? La ragione è politica, non aritmetica. L’area che sostiene il governo di Giorgia Meloni può presentarsi in tre o quattro liste diverse, ma resta un blocco riconoscibile. L’elettore sa chi è, cosa vuole, dove si colloca. Le rivalità non scalfiscono l’identità. Si discute, magari si ringhia, ma sempre sotto lo stesso tetto. Nel proporzionale le differenze programmatiche vengono alla luce senza infingimenti. Ognuno corre con il proprio simbolo, e le trattative si fanno dopo. Ma l’elettore di Centrodestra non teme l’alleato che vota: lo considera parte della stessa famiglia. Nel Centrosinistra, invece, il quadro è più frastagliato. L’elettorato è mobile, critico, talvolta incline all’astensione o al voto di testimonianza, o addirittura al salto della barricata. Le divergenze non sono sfumature ma fenditure. Così il proporzionale finisce per premiare chi è compatto pur restando diviso e per punire chi resta diviso anche quando prova a unirsi. Oggi il Centrodestra appare come una federazione quasi naturale; il Centrosinistra come un’alleanza costruita a tavolino, spesso con il mal di denti. Il maggioritario, al contrario, non perdona. Non puoi permetterti tre candidati dello stesso campo che si fanno concorrenza: perdi il collegio, senza appello. L’attuale coalizione è composta da partiti di peso diverso: Fratelli d'Italia è la forza trainante, Lega e Forza Italia inseguono. Nei collegi uninominali bisogna stabilire chi presenta il candidato, e lì iniziano le schermaglie: i collegi sicuri sono pochi, e nessuno li regala. Il proporzionale, invece, consente a ciascuno di misurarsi col proprio simbolo, contare i voti e solo dopo sedersi al tavolo. Con il proporzionale il partito più forte – oggi Fratelli d’Italia – incassa fino all’ultimo voto. Cresce nei consensi, cresce nei seggi. Nel maggioritario, invece, deve distribuire collegi agli alleati per mantenerli in coalizione: una spartizione anticipata di potere. E chi è egemone preferisce contare i voti dopo, non cederli prima. Non illudiamoci, però: la legge elettorale non fabbrica i rapporti di forza. Li fotografa e, al massimo, li ingrandisce. Se domani il campo progressista trovasse una guida solida e una linea chiara, anche il proporzionale potrebbe trasformarsi in opportunità. Le regole hanno il loro peso, ma pesano di più identità, coerenza e cultura politica. E quelle non si improvvisano con un emendamento all’alba. Resta poi la questione delle liste bloccate della nuova legge. L’elettore non sceglie la persona ma il simbolo. I nomi li decidono le segreterie. Il cittadino vota, il partito nomina. Non è una novità, ma è una distanza che continua a scavarsi tra eletto ed elettore. Infine il premio di maggioranza. La nuova legge lo assegna a chi supera il 40 per cento dei voti. Se nessuno raggiunge quella soglia, si va al ballottaggio tra i due partiti oltre il 35 per cento. È lì che si tenta l’alchimia: trasformare una robusta minoranza in una maggioranza autosufficiente. Ogni riforma viene annunciata come la medicina definitiva contro l’instabilità. Ma la stabilità non nasce da un algoritmo. Nasce da un consenso autentico, da una visione condivisa, da una classe dirigente capace di assumersi responsabilità. Il resto è sartoria. E gli abiti, prima o poi, si cambiano. Il Paese resta.





