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Abderrahim Mansouri (frame del Tg2) e Carmelo Cinturrino dal suo profilo Facebook
A proposito del delitto di Rogoredo e dell’arresto dell’agente Cinturrino con l’accusa di omicidio volontario e depistaggio, ora dalla maggioranza si invocano punizioni esemplari su “chi sporca la divisa”. Ma per settimane la linea delle forze politiche del Centrodestra è stata quella di cavalcare l’episodio. La Lega Nord aveva attivato una raccolta ufficiale di firme dal titolo “io sto col poliziotto” per esprimere solidarietà all’agente. Ma soprattutto si sono invocate maggiori tutele legali per le forze dell’ordine, oltre alle solite regole più restrittive sull’immigrazione. Un tweet di Salvini recitava: «Un poliziotto si difende, il balordo muore, l’agente viene indagato per omicidio volontario. Io sto con il poliziotto senza se e senza ma». Il problema è che i se e i ma sono venuti fuori. Si è trattato – se il comportamento criminale dell’indagato, reo confesso, fosse confermato - di un omicidio volontario e di un depistaggio (si indaga su alcuni colleghi accusati di complicità) da parte di un poliziotto in combutta con gli spacciatori che si comportava come un delinquente taglieggiando la vittima. Quando ancora la realtà dei fatti non era venuta a galla la Lega aveva parlato di «fascicolo odioso» aperto da un pm e invocato «più legittima difesa di così».
Ma il punto è quell’episodio, derubricato a caso di legittima difesa finché la verità non è apparsa in tutta la sua evidenza, avrebbe rafforzato l’ennesimo decreto d’urgenza, emesso sull’onda della presunta indignazione popolare. In questo caso si parla del decreto sicurezza e dell’annunciato “scudo penale” alle forze dell’ordine, ancora in via di scrittura per gli evidenti tentativi di svicolare dalla Costituzione e oggetto di numerosi rimandi dal Quirinale a Palazzo Chigi. Uno “scudo penale” che avrebbe dovuto riservare una sorta di corsia privilegiata per facilitare l’assoluzione di poliziotti che sparano in servizio per legittima difesa e di fronte ai quali i magistrati avrebbero dovuto – secondo una prima scrittura – trasformarsi in notai di un protocollo che prevedeva - salvo eccezioni manifeste – l’archiviazione automatica. Se quello scudo fosse già stato legge, il magistrato che ha messo insieme i pezzi di questo delitto – ascoltando testimoni, incrociando versioni, fiutando l’odore acre del depistaggio, raccogliendo prove ogni ragionevole dubbio – si sarebbe forse fermato davanti a un modulo prestampato. La verità piegata a una procedura. La giustizia subordinata all’emotività.
Non si difende una divisa coprendo chi la sporca. La si difende pretendendo rigore doppio. Perché chi ha il monopolio della forza deve avere anche il monopolio della responsabilità.
Ma c’è un vizio antico che riaffiora: governare sull’onda dell’indignazione, trasformare un fatto di cronaca in decreto, scavalcare il Parlamento in nome dell’urgenza. È un’abitudine che la destra italiana conosce bene fin dai tempi del fascismo. Il 31 ottobre 1926, dopo il fallito attentato a Mussolini a Bologna da parte di un quindicenne (poi linciato e ucciso sul posto dalle camicie nere), bastò la paura agitata come clava per far passare le leggi “fascistissime”: scioglimento dei partiti, Tribunale speciale, istituzione della pena di morte, Ovra, stampa imbavagliata, con cui il Duce chiuse i conti con ciò che restava della democrazia. Anche allora si disse che era necessario, che lo chiedeva il popolo.
La storia insegna che l’emotività è una cattiva consigliera e un’ottima alleata del potere. Le leggi non si scrivono nei salotti televisivi né nelle piazze virtuali delle raccolte firme. Si discutono in Parlamento, si pesano parola per parola, si confrontano con la Costituzione.







