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Il “pallismo” storico, alla Camera, ha ormai la velocità della fibra ottica: si prende un fatto o un personaggio, lo si gira come si rigira una frittata, lo si capovolge e infine lo si recapita all’avversario con tanto di notifica. Così il capogruppo alla Camera Galeazzo Bignami, uno che a una festa di compleanno si è vestito da nazista anzichè da Zorro e si è pure fatto il selfie per i social, per difendere l’impunità di Dalmastro riesce nell’impresa di attribuire all’ex capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro la liberazione di centinaia di mafiosi e all’ex Guardasigilli Conso il merito di averli rimessi al 41 bis, quando Scalfaro non fece mai nulla del genere (anche perchè non ne aveva alcun potere per farlo essendo rigida prerogativa del Guardasigilli) e fu proprio Conso a decidere non di ripristinare ma di non rinnovare quei provvedimenti. Esattamente il contrario. Due sfondoni di proporzioni galattiche di cui come minimo il Bignami (nomen omen) dovrebbe pagare con le dimissioni uscendo da una porticina di servizio di Palazzo Chigi in preda al rossore. E invece no. I suoi colleghi di partito gli hanno pure battuto le mani. Quella di Bignami è una ricostruzione pronunciata con la fierezza di chi non pretende che i fatti siano veri: gli basta che siano utili. Come quando si mette il letame, per non usare altri materiali, nel ventilatore per coprire la verità.
Poi c’è Borsellino, candidato dai postfascisti dell’Msi al Quirinale, arruolato postumo in una battaglia di partito e perfino sottratto, per miracolo retorico, alla strage di via D’Amelio. Se fosse stato eletto presidente, dice Bignami, oggi sarebbe qui con noi. È una frase ucronica che trasforma la storia in un album di figurine fantasy: Scalfaro il cattivo, Conso il giustiziere, Borsellino il presidente mancato. Peccato che nel1993, durante le elezioni del capo dello Stato, gli unici due candidati accreditati al Quirinale fossero Andreotti e Forlani: gli altri erano tutti dei diversivi o candidati di bandiera. Poi si scelse la figura adamantina di Scalfaro come figura di garanzia dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio.
La memoria pubblica meriterebbe almeno la decenza di non essere usata come una clava nodosa o un fumogeno in Parlamento. Ma evidentemente, quando mancano gli argomenti, anche i morti vengono convocati in Aula. E, naturalmente, senza diritto di replica.



