Si racconta che alle elezioni presidenziali del 1964 Aldo Moro volesse sbarrare la strada a Giovanni Leone e chiedesse a Carlo Donat-Cattin “i mezzi tecnici” per farlo, in perfetto stile moroteo. Donat-Cattin rispose pronto: «I mezzi tecnici sono solo tre: il pugnale, il veleno e i franchi tiratori». Gino Pallotta nel suo insuperato Dizionario della politica italiana (Newton Compton, 1985, compratelo su Amazon, non è cambiato nulla da allora) lo ritrae alla perfezione: «Nel franco tiratore c’è l’immagine del cecchino nascosto, pronto a colpire all’improvviso». Come martedì 14 luglio alla Camera: alle 19.00 non ce n’era l’ombra, alle 19.09 sono spuntati in trenta come granchi sulla battigia trascinati dall’onda. La differenza è che il fuciliere militare rischia di essere scoperto. Quello parlamentare, dopo aver fatto fuoco, torna al gruppo e partecipa indignato alla caccia al colpevole. Più che Bradley Cooper in American Sniper, direi Gli onorevoli di Sergio Corbucci, genere commedia all’italiana.


In origine il franco tiratore era un soldato dotato di ottima mira che sparava da solo o in piccoli gruppi contro un esercito regolare. Non obbediva a un piano generale, non aspettava ordini. Gli bastava un bersaglio. Trasportato a Montecitorio, ha conservato quasi tutto: l’istinto, il nascondiglio, il gusto dell’agguato. Ha soltanto sostituito il fucile con una scheda e la mimetica con la giacca e cravatta o il tailleur (ebbene sì, ci sono anche le “franche tiratrici”, che vi credevate?).
Dopo la bocciatura dell’emendamento sulle preferenze, affondato da un pattuglione di peones del Centrodestra, nei corridoi è cominciata la caccia ai “badogliani”, dal nome del maresciallo che tradì l’Italia fascista con l’armistizio dell’8 settembre. Il che la dice lunga sul clima storico che si vive in Parlamento dopo l’avvento di Vannacci (e davvero non se ne può più con questi continui rimandi all’oleografia del Ventennio, strano che per la Meloni qualcuno non abbia evocato un 25 luglio, visto che siamo in stagione). Naturalmente, tornando ai franchi tiratori, nessuno sa chi siano, ma tutti assicurano di non esserlo. Un po’ come l’araba fenice nel Così fan tutte di Mozart-Da Ponte: che ci sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa.
La storia repubblicana è piena di questi fantasmi da congiura. Aldo Moro all’Assemblea costituente si era opposto al voto segreto, intuendone gli inconvenienti. Fu profeta, ma non abbastanza da rinunciare, quando serviva, da buon democristiano, alla profezia, come appunto quando sbarrò il passo a Leone per aprire a Saragat, nelle elezioni del 1964 di cui abbiamo detto all’inizio. Il fumantino Amintore Fanfani ne fu bersaglio ricorrente con conseguenti sfuriate aretine che lo facevano diventare rosso come una patata di Cetica . Arnaldo Forlani si vide troncare la corsa al Colle nel 1992, e allora si sussurrò il nome di Giulio Andreotti, che naturalmente non aveva visto né sentito nulla. Bettino Craxi fu ferito come Garibaldi sotto il fuoco dei cecchini parlamentari e invocò in Aula limiti al voto segreto. Nel 1980 il governo Francesco Cossiga ottenne una fiducia robusta e subito dopo perse per un voto un decreto economico d’emergenza. Trecentoventinove deputati lo avevano sostenuto in pubblico, ma nell’ombra si ricordarono di avere una coscienza politica. Nell’aprile 2006, durante le elezioni per la presidenza del Senato, alcuni deputati (pare, dico pare, di appartenenza mastelliana) anziché scrivere il nome del candidato designato Franco Marini vergarono il nome “Francesco Marini” annullando la scheda e affossando la candidatura. «I Franceschi tiratori», ironizzò Andreotti. Poi venne il 2013, l’anno della carica dei centouno. Romano Prodi fu candidato al Quirinale dal centrosinistra e abbattuto da un bel gruppone di colleghi di partito. I “traditori” non furono mai trovati. Prodi, con pazienza emiliana, li cerca ancora oggi. Eppure il voto segreto non nacque come strumento di slealtà. Sopravvisse dallo Statuto albertino alla Repubblica come garanzia dell’autonomia dei parlamentari, per evitare ripercussioni e soprattutto ritorsioni. La sola lunga sospensione arrivò con il fascismo, quando l’autonomia non serviva perché non serviva nemmeno il Parlamento. Oggi ritornano dimostrando doti non comuni nel mascherare il voto dato con la mano infilata nella tastiera, utilizzando il mignolino sul rosso anziché sul verde e viceversa rivaleggiando con Lang Lang quando esegue il Rach 3. Il problema comunque non è il voto segreto, nato per proteggere il parlamentare quando vota soprattutto su una persona o su dei principi fondamentali (in voga già ad Atene con l’ostracismo) ma l’uso che se ne fa: può proteggere una coscienza oppure coprire una vendetta politica. Distinguere l’una dall’altra è fatica inutile. Il franco tiratore non confessa, non rivendica, non spiega. Colpisce e scompare come Sparafucile nel Rigoletto. Poi si presenta alla riunione di maggioranza e domanda, con voce severa e sopracciglio aggrottato da Catone il Censore: «Chi è stato l’infame? Trovatelo! Voglio saperlo!».