«Nel franco tiratore parlamentare c’è, riflessa, l’immagine del “cecchino”: che, nascosto, tira all’improvviso». Lo scriveva Gino Pallotta nel suo Dizionario politico e parlamentare (1977) che conservo nella mia libreria come una reliquia. C’è un vecchio adagio che gira da sempre nel Transatlantico: «Alle strette per fermare una legge ci sono tre metodi: il pugnale, il veleno e i franchi tiratori». Ieri questa categoria sconosciuta alla Generazione Z è tornata dalle nebbie della Prima Repubblica. Devastante come sempre. Basta un solo voto e ...zac!!! Ghigliottina.
Il bello dei franchi tiratori è che non li scovano mai. Altrimenti non sarebbero franchi tiratori, ma soltanto deputati dissenzienti, categoria forse più romantica ma molto più pericolosa per la carriera. Ne sa qualcosa Romano Prodi, che nel 2013 si giocò il Quirinale per colpa dei famigerati 101 del Centrosinistra. Perchè il bello di questa categoria politica è che è assolutamente bipartisan: all’occorrenza vi fanno ricorso tutti.

A Montecitorio i nuovi cecchini sono comparsi come granchi sulla battigia alle 19.09 di martedì 14 luglio (la presa della Bastiglia), senza poi lasciare tracce. Quattro minuti prima non c’erano. Poi, al momento di votare l’emendamento sulle preferenze, sono spuntati come un’orda mongola e hanno mandato sotto il governo: 188 voti contrari, 187 favorevoli. Un voto appena, ma in Parlamento basta un’unghia per trasformare una vittoria annunciata in una disfatta nazionale.

Galeazzo Bignami è rimasto impietrito. Carlo Nordio, che già per natura non sembra incline al ballo, si è trasformato in una statua di bronzo. Elisabetta Casellati, dopo avere espresso il parere favorevole del governo, ha assistito alla festa delle opposizioni, che gridavano «A casa! A casa!» come se avessero espugnato il Palazzo d’Inverno. Perché l’Italia è il solo Paese dove si può chiedere la caduta del governo anche per una virgola. Se la virgola è approvata, l’esecutivo è autoritario. Se viene bocciata, è delegittimato. Se il voto è palese, si denuncia il ricatto della maggioranza. Se è segreto, si celebra la libertà di coscienza, purché la coscienza voti dalla parte giusta.

Giorgia Meloni aveva fiutato il trappolone. Lega e Forza Italia avevano annunciato il loro appoggio soltanto dopo molte esitazioni e l’emendamento, presentato da Fratelli d’Italia, Noi Moderati e Udc, prevedeva un sistema misto: capolista bloccato e preferenze per gli altri candidati. Non era dunque la liberazione dell’elettore dalle segreterie di partito, ma gli restituiva un pezzetto di matita. Diciamolo con franchezza: più che un compromesso un pateracchio gattopardesco che nella sostanza lasciava il potere delle candidature importanti alle segreterie dei partiti (e nel caso di Forza Italia, principale sospettata, ai detentori della cassa).

I voti mancanti sarebbero una trentina, forse trentasei, forse più di cinquanta, secondo il metodo di calcolo e il partito di chi calcola. I sospetti ricadono naturalmente sugli alleati. Forza Italia giura di essere innocente. La Lega pure. I vannacciani si sono addirittura filmati mentre votavano sì, trasformando lo scrutinio segreto in una produzione televisiva. In Parlamento la fiducia è così solida che ormai ciascuno deve portare la prova video della propria fedeltà, come nelle Duma di Putin o nell’Assemblea popolare suprema di Kim Jong-un.

I meloniani li chiamano «badogliani». È un’esagerazione. Badoglio consegnò il Paese agli Alleati; questi, più modestamente, hanno consegnato un emendamento alle opposizioni. Eppoi non se ne può più con questo clima da ventennio fascista innescato dalle elucubrazioni avanguardiste di Vannacci. Ma il principio è lo stesso: la dichiarazione ufficiale dice una cosa, il voto ne fa un’altra. E siccome il voto era segreto, tutti possono proclamarsi innocenti. È questa la grande superiorità morale del franco tiratore: tradisce senza dover mentire, perché nessuno può interrogarlo con le prove in mano. Non per nulla era una specialità democristiana dorotea.

L’esultanza delle opposizioni appare però un po’ sproporzionata. La sconfitta del governo è politicamente seria, ma non equivale a una sfiducia. E soprattutto Pd e Cinque Stelle non possono atteggiarsi a partigiani della preferenza perseguitati dalle oligarchie. Il Rosatellum, varato nel 2017 su iniziativa dem, aveva riempito il Parlamento di listini bloccati. Nel 2020, poi, proprio Pd e M5S adottarono insieme come testo base il cosiddetto Brescellum, proporzionale senza voto di preferenza e con la scelta degli eletti affidata all’ordine stabilito dai partiti.

Non c’è nulla di scandaloso: le liste bloccate hanno i loro difetti, ma anche le preferenze ne hanno. Producono clientele, cordate, guerre intestine e campagne elettorali che costano più del seggio conquistato. La politica italiana le ha abolite e rimpianto, ripristinate e maledette, secondo la convenienza del momento. Ma sarebbe consigliabile un po’ di pudore prima di festeggiare come al Mondiale.

La vera notizia non è che Meloni abbia perduto per un voto. È che una parte della sua maggioranza non si fida abbastanza di lei da contraddirla in pubblico, ma si fida abbastanza del voto segreto da pugnalarla al buio. La premier ha scritto che serve una riflessione. È la formula con cui i capi politici annunciano una resa dei conti senza sapere ancora con chi farla.

Può cercare i colpevoli quanto vuole. Controlleranno le presenze, le posture, le mani infilate nelle pulsantiere, i deputati che votavano in piedi e quelli che usavano il mignolo meglio di Arturo Benedetti Michelangeli. Non servirà a nulla. I franchi tiratori sono come i fantasmi: tutti li hanno visti, nessuno li riconosce. Per punire qualcuno, ci vuole un nome.