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«I sottoscritti Magistrati della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Venezia aderiscono al comunicato dell'Associazione Nazionale Magistrati in quanto contrari alla divisione delle carriere dei Magistrati con funzioni requirenti e con funzioni giudicanti». Correva l'anno 1994. Sotto la lettera, su carta intestata della Procura della Repubblica di Venezia, datata 3 maggio 1994, inviata secondo quando riporta la La Magistratura, rivista dell'Associazione Nazionale Magistrati, via Fax alla sede dell'Anm di Roma, le firme autografe accompagnate a scanso di equivoci da uno stampatello a verificarne l'autenticità di sei magistrati, nome cognome e qualifica: il quarto di questi nomi era Carlo Nordio, sostituto procuratore della Repubblica di Venezia.
Al primo punto dell'appello la principale argomentazione contraria alla riforma costituzionale sulla separazione delle carriere, approvata due giorni fa in prima lettura al Senato: «Nella storia dell’Italia repubblicana», scrivevano i magistrati dell'Anm milanese nel comunicato, sottoscritto dagli altri compresi i veneziani, «l’indipendenza del Pm rispetto all’esecutivo e l’unicità della magistratura ha rappresentato in concreto una garanzia per l’affermazione della legalità e la tutela del principi di eguaglianza dinanzi alla legge». Nel corso del dibattito parlamentare sulla riforma altra analoga firma era stata contestata a Nordio nel 1992, probabilmente il riferimento come vedremo in seguito è alla prima stesura del medesimo testo.
La questione, ovviamente fa notizia: il Pm Nordio di allora è lo stesso Nordio che oggi contrasta l'argomento contrario che all'epoca sottoscriveva e presenta la separazione delle carriere, riforma voluta dall'esecutivo di cui è ministro della Giustizia, come una propria «aspirazione realizzata».
ll ministro di oggi documento alla mano non ha negato: «In quegli anni», è la replica del ministro all'Ansa, «ero contro la separazione delle carriere perché auspicavo che la magistratura restasse compatta, in tempo di stragi e tangentopoli. Poi ci fu il caso del suicidio di un indagato in una mia inchiesta a Venezia. Da lì capìì che si stava esagerando e nel 1995 cambiai idea, tanto che anche alcuni giornali il giorno dopo titolarono su questa mia nuova decisione. Del resto non sono stato certo l'unico tra i magistrati, tra i politici e tra i giornalisti a cambiare idea. Nel 1997 fui chiamato dai probiviri dell'Anm per render conto delle mie idee, che ribadìi».
Ovvio che la questione stia suscitando grande clamore, anche perché quell'appello, pubblicato per la prima volta il 3 dicembre 1992 e poi riproposto perché ritenuto ancora valido nell'aprile 1994, conteneva argomentazioni che sono tuttora sul tavolo nel dibattito, tra queste il fatto che la possibilità di passare da funzioni giudicanti a requirenti e viceversa fosse per i magistrati «un'occasione di arricchimento professionale» che «ha garantito al Pm italiano di mantenersi radicato nella cultura della giurisdizione».
Oggi queste argomentazioni sono contraddette e contrastate da chi allora, in un ruolo diverso, le sottoscriveva, tra altre 1502 firme raccolte in tutti gli uffici giudiziari italiani, ma restano valide dal punto di vista di chi ritiene che la riforma possa rivelarsi un cattivo affare per le garanzie al cittadino nella macchina della giustizia.
Non è l'unico caso in cui un cambio di ruoli pare aver sortito nuove tuttaffatto diverse certezze. Il giorno prima dell'approvazione in Senato, l'avvocato Fabio Pinelli, attualmente vicepresidente del Csm eletto tra i membri di nomina parlamentare in quota centrodestra, sosteneva ai microfoni di Sky TG 24: «Il sorteggio potrebbe in astratto svilire l'autorevolezza del Csm, ma non c'è alcun rischio di assoggettare la magistratura alla politica, anzi. La separazione delle carriere è l'ultimo miglio del giusto processo previsto dalla Costituzione». Non sembra la stessa persona che il 10 gennaio 2023 scriveva sulla rivista Questione Giustizia: «La cosiddetta separazione delle carriere si mostra come una sorta di necessità strutturale del nostro architrave ordinamentale, al cospetto della – oramai ultra ventennale – costituzionalizzazione del “giusto processo”, che esige terzietà assoluta del giudice, rispetto alle altre parti processuali. Al contempo, tuttavia, l’appartenenza comune del pubblico ministero, al medesimo ordine giudiziario del magistrato giudicante, limita il rischio dello strapotere investigativo del primo: lo protegge dal vulnus della sua – per così dire – retrocessione amministrativistica, a mero organo di vertice della polizia giudiziaria. Questa idea di pubblico ministero, a ben vedere, offre molte meno garanzie per la tutela dei protagonisti del processo, rispetto all’attuale standard (quello con le carriere unite ndr.) del suo ruolo giurisdizionale, e potrebbe incidere sulle libertà e sui diritti degli individui in modo particolarmente significativo».
Se cambiare idea, a breve o molta distanza, può creare problemi di coerenza, ma può significare tanto evoluzione quanto involuzione, la toppa per giustificare il cambiamento di fronte può rivelarsi peggiore del buco. E pare proprio che sia il caso in cui è inciampato il ministro della Giustizia: il giorno dopo la spiegazione data da Nordio si rivela un boomerang. Un fact checking porta infatti a ricostruire che il suicidio di Gino Mazzolaio citato da Nordio per spiegare (con una logica da capire perché il nesso suicidio/carriere unite in sé non è chiarissimo) il cambio di opinione sulla separazione delle carriere, era avvenuto, nell'aprile 1993, oltre un anno prima rispetto alla firma apposta dall'allora Pm Nordio all'appello contro la separazione. Non solo la spiegazione da parte del ministro si mostra, a poche ore di distanza, poco verosimile perché periclitante sul piano temporale, ma sortisce l'effetto ancor peggiore di dare la pessima impressione di un maldestro tentativo di trarsi di impaccio strumentalizzando un fatto grave e delicato come un suicidio: una buccia di banana che appare scivolosissima sia per il Guardasigilli di oggi sia per il Pm di allora.





