Qualche settimana fa aall’ospedale Augusto Murri di Fermo, nelle Marche, arriva in codice giallo Giulia, ragazzina di 15 anni con febbre altissima e insensibilità agli arti. A visitarla è Francesco Bernetti Evangelista, 71 anni, chirurgo che lavora al pronto soccorso come volontario. Il medico la dimette alle tre di notte, ma a casa la ragazza continua ad avere la febbre, sempre più alta, e i genitori decidono che alle 8 del mattino si recheranno all’ospedale di Ancona. Nel frattempo al dottor Bernetti ronza nella testa un dubbio, non si sente sereno. Alla fine del turno invece di prendere la via di casa, legge sul foglio di dismissioni l’indirizzo della paziente e si presenta a casa della famiglia alle sette del mattino: “Scusate l’intrusione, ma sarebbe meglio ricoverare subito la ragazza al reparto di neurologia”.  L'intervento a domicilio è provvidenziale. Il dottore ha di fatto salvato la vita a Giulia, perché il ricovero ha evitato all'adolescente conseguenze importanti. Quella di Giulia non era infatti una semplice febbre alta. La ragazzina era stata colpita da un'infiammazione midollare ed era necessario che venisse presa in carico dal reparto al più presto. Ora Giulia sta bene, dopo dieci giorni di ricovero e di terapie è guarita, mentre il medico – che ha 40 anni di carriera alle spalle e ha operato 30 mila persone - è tornato come sempre al suo lavoro di volontario. “Ho fatto solo il mio dovere, non ho fatto nulal di strano”, ha detto, quando la storia è scoppiata sui giornali, che hanno dedicato articoli e titoloni al medico-eroe.

Ma il dottor Bernetti non è un eroe. O perlomeno lo è nella misura in cui la maggior parte dei suoi colleghi sono eroi. Sarebbe ora di finirla con la denigrazione di una figura professionale fondamentale, spesso bistrattata per pochi casi di malasanità, ancorata dopo oltre cinquant’anni al dottor Guido Tersilli di Alberto Sordi. In realtà quelli che si sarebbero comportati, o che si comportano come Bernetti sono tanti e chi opera negli ospedali, nelle cliniche, negli studi di medicina generale o nelle sale operatorie continua a rispettare il giuramento di Ippocrate e a considerare il proprio mestiere una missione. Nonostante prendano le botte nei pronto soccorso, affoghino in una mare di burocrazia, vivano nelle sale operatorie e nei reparti turni da affanno, spesso alle prese con macchinari non adeguati alla loro competenza. Basterebbe ricordare il loro impegno in prima linea nei giorni più drammatici del Covid, quando non c’erano ancora i vaccini e 60 di loro morivano ogni mese. Penso al dottor Roberto Stella, presidente dell’Ordine dei medici di Varese, il primo morto di Covid. Con una polmonite in atto non esitò a prendersi cura dei pazienti e all’ospedale di Como in piena emergenza diede il suo letto a un altro paziente prima di crollare ed entrare in agonia. Sono stati 379 i medici deceduti durante la pandemia, in particolare nei primi mesi. Metà delle morti sono state sul territorio, dove i medici di famiglia erano soli, senza dispositivi di protezione e con mille difficoltà. E non c’è stato un solo medico che si sia tirato indietro di fronte ai loro doveri e alla loro missione in quei giorni che abbiamo dimenticato troppo in fretta. È giusto togliersi il cappello di fronte al dottor Bernetti. Ma dovremmo togliercelo di fronte a tutti i suoi colleghi, con poche, rarissime, quasi inesistenti eccezioni.