Monsignor D’Ercole cercava una croce per celebrare messa nella tendopoli: nelle zone del terremoto c’è penuria anche di croci e di chiese, quasi tutte sbriciolate per la forza impietosa del sisma. Tra le tante immagini che ci sono passate davanti agli occhi, in questi giorni di calvario per le popolazioni del Centro Italia, c’è anche quella di un crocifisso dilaniato della chiesetta di Accumuli, con l’immagine del Risorto rimasta appeso per un braccio, smembrato come un burattino, pencolante nel vuoto. Una foto che potrebbe accompagnarsi alle domande che tutti si fanno di fronte alla furia distruttrice del sisma, a quello smarrimento che è stato anche di un uomo di Chiesa come monsignor Giovanni D'Ercole: "Ho chiesto a Dio, e ora che faranno?"

Ma monsignor D’Ercole, il vescovo delle macerie, non si è perso d’animo e ha voluto dietro di sé una croce molto particolare, una croce mai vista, formata da due scale legate con un idrante e adornata come una panoplia dai caschi dei vigili del fuoco, questi nostri angeli moderni che hanno salvato tante vite strappandole a mani nude dalle macerie, senza mai fermarsi, coraggiosi e vitali, ma straziati dal dolore quando i corpi che stavano estraendo non respiravano più. E viene in mente quella lettera scritta su un foglietto rigato dalle lacrime e lasciata da un pompiere anonimo, indirizzata a una bambina di nome Giulia, che non ce l’ha fatta: “Ciao piccola, voglio che tu sappia da lassù che abbiamo fatto tutto il possibile per tirarti fuori da lì”. Quella croce è un doveroso omaggio al lavoro dei vigili del fuoco, un lavoro che non è un lavoro ma è una missione, il simbolo dell’efficiente, concreta, pacata, disinteressata e amorevole opera dei soccorsi nelle zone del sisma. Quella croce di fortuna, tirata su in una domenica di dolore, così strampalata e vera, adornata da quegli elmi come fossero puttini di una chiesa barocca, a noi piace moltissimo e un poco ci consola in questi giorni di lacrime.