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Preparativi in un seggio elettorale per le elezioni regionali in Campania, Napoli, 22 Novembre 2025. ANSA/CESARE ABBATE
Il dato dell’affluenza registrato nelle ultime tornate elettorali d’autunno non è soltanto un segnale debole: è un vero e proprio allarme che continua a suonare tra l’indifferenza di una parte della politica. Il 43% scarso dei votanti rilevato in Veneto, Puglia e Campania al voto per le regionali lo scorso weekend si inserisce in un quadro più ampio e altrettanto preoccupante: nelle sei regioni che hanno votato negli ultimi mesi (Marche, Calabria, Toscana e, appunto, Puglia, Veneto e Campania) l’affluenza media si è fermata al 44,7%, contro il 57,2% delle precedenti consultazioni di cinque anni fa, con un calo netto del 12,5%.
Tradotto in persone, significa che oltre 2 milioni e 200mila cittadini (2.291.000) che in passato avevano votato, questa volta hanno scelto di restare a casa.
Un’assenza silenziosa, ma forte
Il Veneto segna il decremento più alto, con ben 607.000 elettori in meno rispetto alle regionali del 2020. Seguono la Campania con 572.000, la Puglia con 533.000, la Toscana con 435.000, le Marche con 120.000, e infine la Calabria con 24.000 votanti in meno rispetto alla precedente tornata.
Si può obiettare che nelle ultime tre regioni al voto (Veneto, Campania e Puglia) il risultato politico era quasi scontato. Ma non è e non può essere una giustificazione.
Questi numeri non possono lasciarci indifferenti perché confermano un trend costante, preoccupante e ormai strutturale. Ma soprattutto interrogano tutti noi. Percentuali così basse di partecipazione al voto rendono più fragili le nostre istituzioni democratiche e il primo, serio obiettivo di tutti le istituzioni e di tutti i partiti politici, senza distinzione di schieramenti, è recuperare una parte di questo vasto popolo di non votanti che si allarga sempre di più.
Il punto non è soltanto elettorale, è anche culturale e sociale.
Il voto è un gesto di corresponsabilità, la forma più semplice e più potente con cui ciascuno contribuisce al bene comune. Quando milioni di persone scelgono di non esercitarlo, non è solo stanchezza: è sfiducia nella politica, disillusione, talvolta anche dolore civile.
Serve una politica che torni a parlare la lingua della gente, che sappia ascoltare prima ancora che convincere, che ricostruisca ponti invece di alzare muri. Serve una comunità – istituzioni, scuola, parrocchie, associazioni – che educhi alla cittadinanza attiva. Perché una democrazia vive solo se ciascuno sente che la propria voce ha ancora peso, valore, dignità.
E questo, oggi più che mai, è il compito che riguarda tutti noi.




