Il governo Merz sta preparando una riforma della Pflegeversicherung — l’assicurazione obbligatoria per la cura degli anziani — che prevede contributi più alti per chi non ha figli e progressivamente più bassi per chi ne ha uno, due, tre. Una differenziazione che non nasce da un capriccio politico, ma da una sentenza della Corte Costituzionale federale del 2022, la quale ha stabilito che ignorare il contributo di chi alleva la generazione futura è una distorsione che il diritto non può tollerare a tempo indeterminato. C’è una logica in questo approccio che merita di essere presa sul serio, soprattutto in Italia, dove il problema esiste in forma ancora più acuta.

I sistemi previdenziali e sanitari europei si reggono su un patto implicito tra generazioni: chi lavora oggi finanzia le pensioni e le cure di chi è anziano oggi, nella fiducia che domani ci sarà qualcuno a fare lo stesso per lui. Funziona finché la piramide demografica regge. Quella piramide, in tutta Europa e in Italia più che altrove, si è capovolta. Nel 2024 sono nati 355.000 bambini — il 3,9% in meno rispetto all’anno precedente — a fronte di 652.000 decessi.

In questo contesto, chi mette al mondo figli e li educa non sta compiendo una scelta privata. Sta producendo un bene collettivo: i futuri contribuenti che un giorno finanzieranno le pensioni e la sanità di tutti — non soltanto dei loro genitori. Eppure nel nostro sistema fiscale questo contributo è quasi completamente invisibile.

Crescere un figlio oggi significa rinunciare a redditi, carriere, tempo libero. Significa spendere cifre considerevoli per educarlo e formarlo. Chi compie queste scelte sta investendo nel capitale umano che domani terrà in piedi il sistema per tutti. Chi non ha figli, a parità di reddito, dispone mediamente di risorse maggiori e contribuisce al sistema in misura uguale, senza però aver sostenuto il costo di quella futura forza lavoro da cui il sistema dipende.

C’è una frase che chi ha figli si sente dire, a volte con una scrollata di spalle, da chi non ne ha: “Hai voluto la bicicletta, adesso pedala. Nessuno ti ha costretto.” Ed è vero — nessuno costringe nessuno. I figli si fanno per amore, per scelta, per bellezza. Non per obbligo e non per convenienza economica, men che meno per retaggi fascistoidi di un tempo passato…

Ma quella frase contiene una premessa falsa: ovvero che si tratti di una faccenda privata, che riguarda solo chi ha scelto di diventare genitore. Non è così. Quei bambini cresceranno, lavoreranno, pagheranno le tasse e i contributi che finanzieranno la pensione, il welfare e la sanità di tutti — anche di chi oggi li guarda con sufficienza. Il sistema previdenziale non è un affare di famiglia: è un patto collettivo, e si regge sui figli di qualcuno.

Gigi De Palo

Allora, per coerenza, chi usa quell’argomento dovrebbe essere disposto ad accettarne le conseguenze fino in fondo: se non hai voluto la bicicletta, allora cammina — senza pensione finanziata dai figli altrui, senza un sistema sanitario reso possibile dai contributi delle generazioni future. Nessuno lo dice, ovviamente, perché sarebbe sbagliato, crudele e impraticabile. Ma dovrebbe almeno far riflettere su quanto sia ingiusto scaricare sui genitori il costo di un bene — la continuità del welfare — di cui tutti godono.

La questione non è una guerra tra chi ha figli e chi non li ha. Chi oggi non ha figli ha tutto l’interesse che qualcun altro li faccia. La denatalità non è un problema delle famiglie: è un problema collettivo.

Se chi alleva la generazione futura sostiene oggi un costo reale nell’interesse di tutti, è giusto che il sistema lo riconosca — non come premio alla natalità, ma come correzione di un’asimmetria concreta. La riforma tedesca non è perfetta, ci mancherebbe, ma il principio di fondo è difficile da contestare. L’Italia, che su questo fronte accusa un ritardo strutturale di decenni, farebbe bene a ragionarci seriamente.