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Parte la corsa alla candidatura dell’Olimpiade 2024 e Roma non si tira indietro: vuole esserci, con la benedizione del Governo. Sapremo tra due anni, quando le candidature si definiranno con maggior precisione, con quante speranze effettive Roma se la giocherà. Ma lasciateci dire che, con l’aria che tira, ci vuole una dose d’ottimismo che rasenta la sventatezza. Non solo perché già l’Expo sta arrivando in extremis, dopo aver dato troppo lavoro alle procure e all’Authority anticorruzione. Non solo perché il torbido che sta emergendo non dà l’idea che Roma sia nelle condizioni di meritare la fiducia per nuove grandi opere. Ma anche perché le Olimpiadi costano e la nostra economia, al momento, non pare in condizioni di prendersi rischi non indispensabili. Se le Olimpiadi siano un’occasione o un debito è questione storicamente controversa: gli studi di settore, riferiti al passato, sono sempre commissionati in vista di candidature e c'è sempre il rischio che anche i numeri torturati a dovere dicano quello che chi fa le domande desidera sentirsi dire. Oslo, per dire, si è appena ritirata dalle invernali del 2022 per costi troppo alti.
E' vero che un'Olimpiade può essere anche un'occasione di rinascita: si dice che così sia stato per Barcellona e per Torino, ma è un'onda lunga sempre difficile da quantificare a fronte di investimenti per impianti che giacciono inutilizzati, perché economicamente insostenibili. Si può anche pensare che la spending review del Cio, con l’idea di spalmare le candidature su più città (ma non è proprio una candidatura spezzatino semmali la possibilità di spostare qualche singolo evento più lontano), aiuti, ma di certo non risolve il più costoso dei problemi: la sicurezza. Paradossalmente allargare il ventaglio dei siti olimpici potrebbe anche voler dire moltiplicarne i costi. La controprova non c'è perché finora la candidatura doveva essere vincolata a una e una sola città. Sappiamo bene che c'è il rischio di passare per gufi, di non voler scommettere su un ottimismo di cui il sistema Paese ha certamente bisogno per credere di potercela fare. Ma, vista la Grecia dopo Atene 2004, forse sarebbe più prudente saltare un altro giro.
E' vero che un'Olimpiade può essere anche un'occasione di rinascita: si dice che così sia stato per Barcellona e per Torino, ma è un'onda lunga sempre difficile da quantificare a fronte di investimenti per impianti che giacciono inutilizzati, perché economicamente insostenibili. Si può anche pensare che la spending review del Cio, con l’idea di spalmare le candidature su più città (ma non è proprio una candidatura spezzatino semmali la possibilità di spostare qualche singolo evento più lontano), aiuti, ma di certo non risolve il più costoso dei problemi: la sicurezza. Paradossalmente allargare il ventaglio dei siti olimpici potrebbe anche voler dire moltiplicarne i costi. La controprova non c'è perché finora la candidatura doveva essere vincolata a una e una sola città. Sappiamo bene che c'è il rischio di passare per gufi, di non voler scommettere su un ottimismo di cui il sistema Paese ha certamente bisogno per credere di potercela fare. Ma, vista la Grecia dopo Atene 2004, forse sarebbe più prudente saltare un altro giro.





