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Le detrazioni per chi iscrive i figli a una scuola paritaria, previste dall’articolo 19 del disegno di legge approvato dalla Camera, sono poca cosa se guardiamo alla loro entità e al loro valore monetario: fino a un massimo di 400 euro, ma in media circa 76 euro a figlio all’anno. Poco più di un piatto di lenticchie. Ma sono lenticchie importanti perché finalmente superano un principio statalista secondo cui non si potevano finanziare le scuole non statali in nome di un preteso dettato costituzionale. Dettato che non esiste. ma che si faceva finta che esistesse. Queste pulsioni stataliste di ieri e di oggi sono riapparse in aula anche in quest'occasione: le pulsioni di oggi, con l'opposizione del Movimento Cinque Stelle; di ieri, con la minoranza del Pd e la Sinistra ecologia e libertà che hanno votato anch'esse contro le detrazioni. La novità è che non hanno prevalso. Quanto alll'articolo 17 sul cinque per mille da destinare alle scuole, statali e paritarie, si è deciso di stralciarlo e di destinarlo alla discussione per la Legge di Stabilità.
Per negare le detrazioni e i finanziamenti alle scuole non statali di ogni ordine e grado, di solito gli statalisti si appellano all’articolo 33 della Costituzione e al famigerato emendamento Corbino (dal nome del deputato costituente liberale che lo fece approvare). Il comma dell'articolo della nostra Carta recita: “Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato”. Si è discusso per mezzo secolo della sua corretta interpretazione. Significa che chi fonda una scuola non può farlo a spese dello Stato. Ma questo non toglie che lo Stato non possa contribuire al suo funzionamento e che uno studente che decide di iscriversi non abbia diritto a un eguale trattamento rispetto a chi sceglie la scuola statale. E infatti il comma successivo recita: “La legge, nel fissare i diritti e gli obblighi delle scuole non statali che chiedono la parità, deve assicurare ad esse piena libertà e ai loro alunni un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni di scuole statali”.
Chi si iscrive a una scuola paritaria, cattolica, di un’altra religione o laica che sia, ha già pagato la scuola con le sue tasse. E dunque – se si vuole nei suoi confronti un trattamento equipollente - ha diritto quanto meno a uno sconto sulle rette. Inoltre non si tratta di oneri per lo Stato, perché uno studente delle scuole paritarie costa dieci volte di meno di uno studente delle scuole statali. Naturalmente lo Stato deve accertare gli standard della scuola e vigilare che non si trasformi in un diplomificio. E in questo senso ben venga l’emendamento approvato dalla Camera che rafforza il potere ispettivo del ministero dell’Istruzione sul territorio. L’emendamento fissa finalmente un principio importante, che riconosce il ruolo delle scuole statali e cerca di evitare che si trasformino in scuole dei ricchi, come ha spiegato ieri in aula la deputata Udc Paola Binetti. Sono soprattutto le scuole salesiane, quelle professionali della don Calabria o le scuole per l'infanzia quelle che versano in difficoltà economiche. Vale a dire le scuole che effettuano una preziosissima opera di sussidiarità. Una sussidiarietà non riconosciuta economicamente. Se le rette sono totalmente a carico delle famiglie, è chiaro che la scuola non statale la frequentano solo quelle più abbbienti. Quei 76 euro sono dunque un piccolo passo nella strada degli aiuti alle famiglie ma un grande passo verso la libertà di scelta. ma la strada è ancora irta di ostacoli: al Senato il disegno di legge troverà una minoranza più numerosa e agguerrita.
Per negare le detrazioni e i finanziamenti alle scuole non statali di ogni ordine e grado, di solito gli statalisti si appellano all’articolo 33 della Costituzione e al famigerato emendamento Corbino (dal nome del deputato costituente liberale che lo fece approvare). Il comma dell'articolo della nostra Carta recita: “Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato”. Si è discusso per mezzo secolo della sua corretta interpretazione. Significa che chi fonda una scuola non può farlo a spese dello Stato. Ma questo non toglie che lo Stato non possa contribuire al suo funzionamento e che uno studente che decide di iscriversi non abbia diritto a un eguale trattamento rispetto a chi sceglie la scuola statale. E infatti il comma successivo recita: “La legge, nel fissare i diritti e gli obblighi delle scuole non statali che chiedono la parità, deve assicurare ad esse piena libertà e ai loro alunni un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni di scuole statali”.
Chi si iscrive a una scuola paritaria, cattolica, di un’altra religione o laica che sia, ha già pagato la scuola con le sue tasse. E dunque – se si vuole nei suoi confronti un trattamento equipollente - ha diritto quanto meno a uno sconto sulle rette. Inoltre non si tratta di oneri per lo Stato, perché uno studente delle scuole paritarie costa dieci volte di meno di uno studente delle scuole statali. Naturalmente lo Stato deve accertare gli standard della scuola e vigilare che non si trasformi in un diplomificio. E in questo senso ben venga l’emendamento approvato dalla Camera che rafforza il potere ispettivo del ministero dell’Istruzione sul territorio. L’emendamento fissa finalmente un principio importante, che riconosce il ruolo delle scuole statali e cerca di evitare che si trasformino in scuole dei ricchi, come ha spiegato ieri in aula la deputata Udc Paola Binetti. Sono soprattutto le scuole salesiane, quelle professionali della don Calabria o le scuole per l'infanzia quelle che versano in difficoltà economiche. Vale a dire le scuole che effettuano una preziosissima opera di sussidiarità. Una sussidiarietà non riconosciuta economicamente. Se le rette sono totalmente a carico delle famiglie, è chiaro che la scuola non statale la frequentano solo quelle più abbbienti. Quei 76 euro sono dunque un piccolo passo nella strada degli aiuti alle famiglie ma un grande passo verso la libertà di scelta. ma la strada è ancora irta di ostacoli: al Senato il disegno di legge troverà una minoranza più numerosa e agguerrita.




