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«Quello degli operatori sociali, degli educatori della comunità in un centro o in una residenza sociale temporanea è un lavoro che richiede una laurea e una specializzazione, ma è l’unico che non viene riconosciuto a livello economico. Molte volte ci ritroviamo a lavorare con persone in difficoltà, sociali ed economiche, ma soprattutto ad aiutarle a gestire il proprio denaro finché non iniziano a lavorare e guadagnare più di noi...». È paradossale la situazione dei lavori di cura: persone sottopagate per fare il mestiere più delicato al mondo, prendersi cura degli altri. E Sara, nome di fantasia, che lo fa da vent’anni lo sa bene.
«Un educatore quanto guadagna? 50 euro al giorno con un full time. Io che sono coordinatrice, quindi, con scatti di anzianità perché lavoro nello stesso posto da vent’anni e sono al massimo della carriera prendo 1500 euro al mese. Per non parlare dei giovani, loro davvero sono i cosiddetti woking poors lavoratori poveri. Quando inizi a lavorare arrivi circa a mille euro al mese. Gli straordinari non sono pagati nonostante, nel periodo in cui tutti vanno in ferie, noi siamo sempre aperti e siamo qua. Poi, certo, a turno qualcuno in ferie ci va, ma anche quelli sono momenti molto difficili. I giovani che entrano adesso con uno stipendio di mille euro al mese, a maggior ragione in una città come Milano, non riescono ad arrivare alla fine del mese; tra i nostri c’è chi va vivere con un’amica e chi resta a casa coi genitori».
Il marito di Sara a sua volta è educatore, stessa anzianità stesso stipendio. «Insieme arriviamo a tre mila euro mensili e abbiamo tre figli ancora in casa. Ecco perché sono felice che siano abbastanza grandi per stare da soli perché sennò lavori per pagare i centri estivi. Mettici, poi, il caro vita che si sente tantissimo; la spesa alimentare, per esempio, è aumentata vertiginosamente: se prima spendevo 100/120 euro a settimana adesso ne spendo ben di più ecco perché, ogni tanto, andiamo a magiare dalla nonna. A cena fuori? Niente pizzeria nè fastfood, non è più accessibile nemmeno quello rispetto a un anno fa. Le bollette, quelle le sentiamo un po’ meno perché sin qui abbiamo avuto la tariffa bloccata. Ce ne renderemo conto più avanti e dovremo stare attenti a tutto anche a far partire la lavatrice all’ora giusta».
Per non parlare delle altre spese: nella lista del mese di Sara e marito ci sono «il mutuo, la rata per l’acquisto della macchina; non riusciamo a mettere via più di 50 euro al mese. Mettici in più lo sport perché non puoi non farglielo fare... certo non fanno equitazione. Da sempre cerchiamo di farcela con quello che abbiamo. Certo, rispetto a quello che vedo ogni giorno nel posto in cui lavoro penso “cara grazia” già quello che abbiamo. Ma piuttosto che togliere ai figli rinunciamo a uscire a cena noi. Con alcune accortezze: per esempio, i regali li ricevono solo alle feste; finché fai questo lavoro e sei nella famiglia di origine ce la fai, quando hai una famiglia è difficile». Una fatica che non li ha condizionati nel desiderio del numero di figli da fare: «ne volevamo tre e tre, per fortuna, sono arrivati. Ma banalmente non più di tre perché poi vuol dire cambiare la macchina, la casa etc. Niente è pensato per più di tre».
Insomma tante fatiche e tantissimi sacrifici, «ma ce la facciamo. Resta, però, il fatto che è un lavoro che va riconosciuto maggiormente, che va valorizzato. Se mi chiedi una specializzazione me la devi riconoscere. È possibile che mio padre prenda più di pensione di me? Poi certo c’è la motivazione; per quanto mi riguarda continuerò a farlo. Mi sveglio la mattina e sono contenta. Ma ciò che sta succedendo è che non c’è più gente disposta a fare l’educatore. Quando chiami perché ci sono dei buchi nelle comunità le persone rifiutano. C’è il rischio che non lo faccia più nessuno. Perché quello che si richiede è tanto e vai sempre rimotivato e sostenuto. Se io non sono felice, non sono felici nemmeno i collegi che coordino o le persone che aiuto».





