Da dove esce quest’uomo? E che strani riflessi nella porta a vetri che si apre sulla notte che sta per inghiottirlo. Un uomo barbuto che telefona in alto a sinistra, telecamere su piedistallo a destra, una sedia in basso a sinistra… Difficile mettere a fuoco esterno e interno. Questa immagine è come uno stato di coscienza sospeso. Deve essere così che immaginiamo la mente di Arel Sharon, 85 anni, primo ministro di Israele dal 2001 all’aprile 2006, destituito dalla carica per “motivi di salute”. Ari – così per tutti gli israeliani – è in coma da allora. Da otto anni sospeso tra vita e morte. Assente eppure presentissimo.
E’ bastato che i medici dell’Hashomer Hospital di Tel Aviv dicessero che il suo corpo gigante stava per cedere per richiamare telecamere e reporter, come gazzelle assetate alla fonte. E’ da qui, dunque, che esce l’uomo in questa foto “senza fuoco”. Eppure Sharon l’assente è impresso a fuoco vivo nella memoria di un popolo. E’ il duro, il falco, l’uomo del muro per dividere Gerusalemme dai palestinesi, il militare amato dalla truppa, il sempre vincitore.
E’ il generale che nel ‘73, guerra del Kippur, aggirò la terza armata egiziana sbarcata sul suolo israeliano e mise la barra della sua divisione corazzata di riservisti alla volta del Cairo. Non l’avessero fermato i suoi comandi, sarebbe arrivato fin lì. Gli spiegarono che non si poteva, era meglio negoziare. Lui, furibondo, lasciò l’esercito. Ed entrò in politica. E’ stato questo Ari Sharon, il “leone” per i suoi, il “macellaio” per tutti gli altri. Ma è ormai un’altra storia. Il vetro che si apre e si chiude su chi entra all’Hashomer Hospital lascia filtrare un paradosso. Un uomo già morto per tutti, eppure ancora vivo. Già uscito dal campo delle tv, che tuttavia lo aspettano. Un gioco di specchi tra realtà e immaginario, tra coma e veglia, presenza e assenza. Come due porte scorrevoli che non fanno più filtro tra dentro e fuori.




