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Kimi Antonelli.
Certe storie nello sport hanno il passo leggero dei predestinati. Arrivano senza chiedere permesso, ma quando bussano, fanno rumore. Andrea Kimi Antonelli non bussa: entra, si prende la scena e la illumina come un riflettore acceso in piena notte.
A Suzuka, che non è un circuito qualsiasi ma un esame di maturità travestito da pista, il ragazzo di Bologna ha fatto quello che fanno i grandi: ha sbagliato, ha sofferto, e poi ha vinto. E vincere così vale doppio.
La partenza è stata un piccolo disastro: dalla pole al sesto posto nel giro di pochi metri. Una scivolata che avrebbe tagliato le gambe a molti. Non a lui. Perché Antonelli ha la faccia pulita dei ragazzi e la testa già da veterano. Ha aspettato, ha costruito, ha rimesso insieme i pezzi. Poi la gara gli ha dato una mano — la safety car per l’incidente di Oliver Bearman — ma la fortuna, si sa, aiuta chi ha il ritmo. E lui oggi ne aveva da vendere.
Quando è tornato davanti, non ha più guardato indietro. “Il ritmo era pazzesco”, ha detto con una semplicità disarmante. Tradotto: nessuno poteva prenderlo.
Dietro, ordinaria amministrazione di lusso: secondo Oscar Piastri, terzo Charles Leclerc. Più staccato il compagno di squadra George Russell, quarto e sorpassato anche in classifica mondiale. E qui sta il punto.
Antonelli non ha solo vinto. Ha preso il comando del Mondiale. A 19 anni, sette mesi e quattro giorni. Più giovane di Lewis Hamilton quando nel 2007 si affacciò in vetta per la prima volta. E primo italiano lassù dai tempi di Michele Alboreto. Non esattamente ieri.
Due vittorie di fila — Cina e Giappone — non sono un caso. Sono un segnale. La Mercedes ha trovato il suo presente e forse anche il suo futuro, tutto in un ragazzo che festeggia imitando Usain Bolt, come a dire: sono veloce, ma soprattutto sono qui.
Certo, lui frena. “È presto per pensare al campionato”, dice. Ha ragione. Ma intanto i numeri parlano: 72 punti, nove di vantaggio su Russell, un mese da leader garantito per via della pausa forzata del calendario.
E poi c’è un dato che pesa come una pietra: erano 34 anni che un italiano non vinceva in Giappone, dai tempi di Riccardo Patrese.
Antonelli è appena all’inizio. Ma certi inizi assomigliano già a qualcosa di molto serio.
E mentre davanti nasce una storia nuova, dietro si consumano i dubbi di chi quella storia l’ha già scritta. Lewis Hamilton guarda i tempi, guarda la macchina, e non sorride. Sesto in qualifica, a otto decimi: in Formula 1 non è un dettaglio, è un abisso.
«Non si può dare tutta la colpa solo al motore», ammette con lucidità, «anche se sicuramente l’erogazione della potenza determina una grande parte del tempo». Ma il punto è un altro, più crudo: «Le Mercedes sono molto veloci anche nel primo settore e questo significa che le nostre prestazioni sono al di sotto anche a livello di macchina rispetto a loro». Traduzione, senza giri di parole: la Ferrari oggi rincorre. E non poco.
Hamilton la chiude così, con una frase che pesa più dei distacchi: «Dobbiamo recuperare un divario enorme per potercela giocare». È la fotografia di un campionato che, mentre incorona un ragazzo, costringe un campione a inseguire.





