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C’era chi, alla vigilia, si interrogava sull’opportunità di una visita pastorale di Leone XIV nel cuore scintillante del Principato, la scintillante Montecarlo, con la sua concentrazione quasi simbolica di ricchi – molti dei quali oltretutto hanno la residenza qui per eludere le tasse – appariva a molti come una cornice dissonante per l’annuncio evangelico. E tuttavia è proprio in questa apparente dissonanza che si è rivelata la coerenza più profonda e coraggiosa del gesto.
L’omelia pronunciata nella cattedrale dell’Immacolata Concezione del Principato di Monaco ha dissipato ogni esitazione. Il Papa ha scelto deliberatamente uno dei luoghi più segnati dall’opulenza per pronunciare una parola sul denaro che fosse, insieme, evangelica e profetica. Non un discorso contro i ricchi, ma un richiamo alla verità della ricchezza. Non una condanna ideologica, bensì un discernimento morale.
Quello che già si delinea come il “discorso di Montecarlo” si iscrive nel solco del magistero sociale della Chiesa e ne ripropone, con accenti attuali, il nucleo essenziale: il denaro non è mai un male assoluto. È, piuttosto, una realtà penultima, che trova il suo senso solo se ordinata allo sviluppo integrale della persona umana. È qui che risuona l’eco della grande tradizione della dottrina sociale cattolica: la ricchezza non è fine, ma mezzo; non è potere, ma responsabilità, a cominciare dal dovere di pagare delle tasse (su cui il Vangelo e la dottrina sono chiarissime, basterebbe il solo passo “dai a Cesare quel che è di Cesare”).
Nel cuore di un contesto segnato dalle diseguaglianze, Leone XIV ha richiamato con forza la logica evangelica delle Beatitudini. Dio non guarda alle distinzioni sociali, non misura l’uomo con il metro del possesso. Anzi, nella rivelazione di Cristo si manifesta una predilezione per i poveri, che non è esclusione dei ricchi, ma invito alla conversione del cuore.
Il riferimento alla Rerum Novarum di Papa Leone XIII – richiamo costante nel pontificato di Leone XIV, a partire dal nome scelto – appare qui tutt’altro che ornamentale. In quell’enciclica del 15 maggio 1891, la prima grande sintesi della dottrina sociale della Chiesa, il denaro viene sottratto tanto alla demonizzazione quanto all’assoluzione.
La prospettiva è limpida: la proprietà privata è un diritto naturale, radicato nella dignità della persona e nel suo lavoro. L’uomo ha diritto a possedere, a migliorare la propria condizione, a raccogliere i frutti della propria fatica. Ma proprio qui si inserisce la dimensione morale: il possesso non è mai svincolato dal dovere.
Il denaro, infatti, non è neutro. È segnato dall’uso che se ne fa. Quando diventa fine ultimo, quando si trasforma in criterio esclusivo di valore (e gli esempi nel mondo non mancano), allora si altera l’ordine delle cose. Leone XIII lo affermava con sobrietà, ma con chiarezza: l’accumulazione senza misura e lo sfruttamento del lavoro umano sono ferite inflitte alla giustizia.
Il punto decisivo è che la ricchezza comporta una responsabilità sociale. I beni, pur legittimamente posseduti, conservano una destinazione universale. Non si tratta di negare la proprietà, ma di orientarla. Non è socialismo, che prevedeva la dittatura di una di queste classi, il proletariato, né semplice liberismo: è una visione che tiene insieme libertà e giustizia, iniziativa e solidarietà.
In questa luce si comprende anche la fermezza della condanna dello sfruttamento ribadita anche nell’omelia di Montecarlo. Il salario non può essere lasciato alla sola logica del mercato. Deve consentire una vita dignitosa. Se il denaro diventa strumento di compressione dei diritti, esso entra in contraddizione con la sua stessa legittimità.
Leone XIV, a Montecarlo, ha riproposto questa verità con linguaggio pastorale ma con contenuto morale preciso: l’economia non può essere separata dall’etica, perché l’uomo non può essere separato dalla sua dignità.
In fondo, la tradizione della Chiesa non ha mai negato il valore del denaro, ma lo ha sempre relativizzato. Lo accetta come necessario, ma lo sottopone a una condizione: deve servire il bene comune. Quando invece diventa potere che schiaccia, accumulo sterile, misura unica del valore, ipocrisia, allora si corrompe.
C’è una felice immagine evocata dal cardinale Jaime Sin, arcivescovo delle Filippine, scomparso nel 2005, che con sapienza pastorale sapeva tradurre in parole semplici una verità complessa: «Il denaro è lo sterco del diavolo. Ma è un ottimo fertilizzante».




