«Vogliamo voltare pagina. Se la politica vorrà confrontarsi, ci troverà disponibili». Giuseppe Tango, 43 anni, palermitano, giudice del lavoro, eletto come presidente dell’Associazione nazionale magistrati lo scorso 28 marzo, raccoglie il testimone da Cesare Parodi, dimissionario per motivi familiari all’indomani della vittoria del no al referendum.

Adesso da dove si riparte?

«Come Anm abbiamo già da tempo individuato alcune soluzioni per migliorare il funzionamento della magistratura. Soluzioni che passano inevitabilmente da un incremento del personale amministrativo e magistratuale, dalla stabilizzazione dell’esperienza dell’ufficio per il processo, da una maggiore digitalizzazione, da una migliore riallocazione delle risorse, dalla riscrittura di alcune norme processuali e magari tante altre soluzioni emergeranno dai momenti di confronto che ci attendono».

Siete pronti a un dialogo con la politica?

«Certo. Vogliamo dialogare con la politica che ha gli strumenti per intervenire per raggiungere gli obiettivi che elencavo prima. Se ci vorrà ascoltare, saremo pronti a offrire il nostro contributo tecnico».

I cittadini hanno riguadagnato fiducia verso la magistratura?

«In parte sì, ma c’è ancora tanto da fare. Sarà compito nostro sicuramente: negli ultimi anni ci sono stati degli errori da parte della magistratura a cui si è reagito con durezza, ma che devono essere spunto per fare ancora meglio. Mi auguro però che innanzi tutto cambi il clima. Non per la magistratura, ma davvero per l’intero Paese».

Come non disperdere questo ritrovato rapporto con i cittadini?

«Continuando a dialogare con la società civile. L’esempio dei nostri illustri predecessori ci deve guidare: andrebbero organizzati seminari, occasioni di incontro e di riflessione collettiva sui temi della giustizia, sul suo reale funzionamento, sulle condizioni del nostro lavoro, sulle sue problematiche e criticità nelle varie sedi in cui si è dibattuto in questi mesi sul referendum. A Palermo, per esempio, abbiamo fatto tantissimo in questi anni sul fronte scuole e legalità, possiamo partire da quello».

Cosa l’ha commossa di più in questa campagna referendaria?

«La signora centenaria di Roma, che, nonostante tutto, ha trovato la forza di andare a votare per “difendere la Costituzione” e, più in generale, la mobilitazione di una gran parte della società civile, che, fuori da logiche partitiche, con entusiasmo ha partecipato attivamente affinché l’impianto istituzionale disegnato magnificamente dall’assemblea costituente non fosse irreversibilmente compromesso».

Cosa invece, tra tutti gli insulti, l’ha ferita maggiormente?

«La strumentalizzazione di vicende processuali, anche molto dolorose, che però nulla avevano a che fare con la riforma; il clima di costante delegittimazione della magistratura, sino a leggere espressioni come “killer” o “plotoni di esecuzione”; i riferimenti alla presunta mancanza di terzietà dei magistrati. Infine l’amarezza sull’uso strumentale di temi come gli errori giudiziari e le ingiuste detenzioni, da parte di chi condivide con noi quotidianamente le aule giudiziarie».

Quale Italia avete incontrato durante la campagna referendaria?

«Un Paese che ha a cuore la propria Costituzione e i propri diritti. Tanti giovani che hanno dimostrato la volontà di partecipare. Tante persone con voglia di capire e approfondire. Che alla fine si è tradotta – anche grazie ai diversi incontri organizzati nei vari territori- in una grande consapevolezza che l’autonomia e l’indipendenza della magistratura non sono un vantaggio per i giudici o i pm ma una tutela per i cittadini».