Era destino che fosse una questione di lame. Il record assoluto di medaglie olimpiche dello sport italiano è caduto questa sera all'Ice skating Arena di Assago nome olimpico del Forum di Assago. A opera di Arianna Fontana 35 anni alla sua sesta Olimpiade: la sua quattordicesima medaglia, l’aregento nella staffetta femminile di short track (Arianna Fontana, Elisa Confortola, Chiara Betti e Arianna Sighel) a Milano Cortina la pone sul gradino più alto del podio della storia che spetta all’atleta più medagliato alle Olimpiadi in Italia. Il primato resisteva dal 1960 e apparteneva a Edordo Mangiarotti, l’unico prima di lei ad aver portato due volte la bandiera alla Cerimonia d’apertura, un elegante signore vissuto tra il 1919 e il 2012, quando se n'è andato ancora lucidissimo con la speranza di essere ancora tra il pubblico alla cerimonia d'apertura delll'Olimpiade di Londra.

Era nato a Renate, in Brianza alla fine della prima Guerra mondiale, nella casa di un maestro di scherma convinto che ai tre ragazzi di casa servisse un'educazione capace di temprare mente e corpo. In vacanza al mattino 32 km in bicicletta, in piscina a tuffarsi, ma solo dai dieci metri. Tutti e tre presto avviati alla scherma da questo padre severo ed esigente, al cui ricordo Mangiarotti non ha mai smesso di commuoversi.

Passato alla storia come il più forte schermidore mancino di ogni tempo era in realtà nato con la destra come mano dominante, ma il padre grande ammiratore del grande fiorettista Lucien Gaudin o imposta mancino come lui, il talento di Edoardo è tale che si lascia plasmare anche così senza perdere in destrezza.

Secondo di tre fratelli – Dario rispettivamente primogenito e Mario terzogenito anche loro futuri schermidori di alto livello – Edoardo sviluppa prestissimo abilità da atleta di vaglia, a 17 anni è convocato all’Olimpiade di Berlino 1936. Tra Berlino 1936 a Roma 1960 conquista sei ori olimpici, cinque argenti e due bronzi. Casomai sembrasse poco si appunta al corpetto anche 26 medaglie mondiali, conquistate in punta di fioretto o a fil di spada perché gareggiava in entrambe le armi. «Le gare internazionale a quell’epoca», raccontava a Fc nel 2004, avevano dai 60 ai 120 partecipanti, contro i 45 di oggi, i gironi eliminatori duravano giorni interi, dalle otto di mattina a mezzanotte», un tour de force nel quale Mangiarotti pare prendere gusto e andare in forma di giorno in giorno: «Le mie medaglie migliori le ho vinte tutte all’ottavo giorno». Evidentemente l’educazione spartana è servita a garantire una tenuta atletica inossidabile oltreché l’antica cortesia che lo ha sempre contraddistinto quanto il rigore nel rispetto delle regole, dello sport e della vita. Di Berlino a 85 anni conservava un ricordo vivido, raccontato con la voce ferma e forte che ha mantenuto fino alla fine: «A quella mia prima Olimpiade c’erano bandiere, soldati e divise dappertutto. Avevo 17 anni, ho vinto. Mi hanno dato la medaglia d’oro, mi hanno incoronato di alloro davanti a 100mila persone, perché Hitler per mostrare al mondo l’efficienza del Reich volle tutte le premiazioni allo stadio olimpico. Avevo stretto amicizia con gli americani Owens e Johnson. Ero sotto la tribuna quando Johson vinse i 100 metri davanti al tedesco, sentii bene Hitler gridargli: “Schwein”, porco! Prima di piantare tutti in asso. Come si può dimenticare?».

Quando nel 1939 Hitler invade la Polonia Edoardo Mangiarotti ha vent’anni, arruolato come ufficiale di complemento dopo il corso allievi ufficiali ad Avellino, con la guerra smette di usare i fioretti addestra allievi all’uso dell’artiglieria anticarro. Quando arriva l’8 settembre Mangiarotti, che non è di quell’idea, sa che gli ufficiali sono richiamati ad aderire alla Repubblica sociale di Salò, lascia liberi gli allievi, diserta e decide di passare il confine per la Svizzera, oltre il quale accompagna settante ebrei che gli vengono affidati da un prete.

La fuga riesce e la Svizzera neutrale, che è anche sede del Comitato olimpico non si lascia sfuggire il campione che le è approdato in casa, e Mangiarotti con l’obiettivo di formare giovani atleti può riprendere ad allenarsi. Nel 1948 con la nascita della Repubblica e l’aria che si rischiara il fratelli Mangiarotti tornano a tirare per l’Italia, ma Inghilterra e Francia, vivono gli italiani come il nemico, per quanto lo sport fosse neutrale formalmente Mangiarotti di Londra 1948 ricordava soprattutto il sentimento di ostilità vissuto: «L’antipatia per gli italiani era evidente: un giudice, si chiamava Lloyd fece perdere 5-0 il grande Renzo Noschini, lasciandoci d’argento dietro la Francia».

A Helsinki 1952 la famiglia Mangiarotti riscatta l’Italia con una finale di spada fratricida che finisce con Edoardo d’oro e Dario d’argento. A quell’epoca Edoardo è anche corrispondente della Gazzetta dello sport, e si piglia un rimbrotto per il pezzo che arriva tardi: «Scusa, Gianni, dovevo andare a ritirare la medaglia”. “Chi ha vinto?”. “Io”. E allora sbrigati! Scrivi!”».

A Melbourne 1956 Edoardo Mangiarotti, che apre da portabandiera come farà anche a Roma 1960, trova in finale la sua bestia nera, il francese Christian D’Oriola, l’unico al mondo a poter raccontare di non essere mai stato battuto da Edoardo Mangiarotti, si riscatterà riportando in Italia dopo 20 anni di assenza l’oro del fioretto a squadre.

Anche di lì in poi la sua vita continuerà a contare il tempo in anni olimpici, ci sarà fino a Pechino 2008, prima come inviato e poi come delegato del Comitato olimpico internazionale. Un lavoro nel settore immobiliare, una miriade di associazioni da presiedere: Medaglie d’oro al valore atletico, i Veterani dello sport, i benemeriti del Comune di Milano, terranno occupatissima fino all’ultimo la sua lunga e diritta vita. Senza mai dimenticare di andare a dare una controllata alla scuola di scherma, anche quando a dirigerla sarà la figlia Carola: una correzione a una postura e un occhio all’educazione e al rispetto delle regole non vengono mai meno. Il circolo della spada La Sala Mangiarotti è una delle più antiche e prestigiose di Milano, fondata nel 1909 in via Chiossetto a Milano sotto la direzione del Maestro Caposcuola Giuseppe Mangiarotti. Edoardo Mangiarotti se ne va nel 2012, prima dei Giochi di Londra.

Probabilmente non gli dispiacerà che a superarlo siano stasera comunque lame anche se diverse dalle sue.