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Si chiama Vladyslav Heraskevych. Ha ventisei anni, è ucraino, fa skeleton, quello sport, un po’ folle, in cui ti butti a faccia in giù su una slitta di metallo lungo una pista di ghiaccio a cento e più chilometri l'ora, con il viso a pochi centimetri dalla morte. Uno sport che richiede coraggio fisico di una specie particolare, il coraggio di chi sceglie deliberatamente di sfidare la gravità e la velocità sapendo esattamente a cosa va incontro. Heraskevych era tra i favoriti. Aveva chiuso quarto ai Mondiali l'anno scorso. Era velocissimo in allenamento. Una medaglia, forse d'oro, perché no, era una possibilità concreta.
Ma Heraskevych aveva deciso che c'era qualcosa di più importante di una medaglia. E quella cosa stava stampata sul suo casco.
Ventuno facce. Ventuno atleti ucraini, colleghi suoi, persone che come lui avevano dedicato la vita allo sport, che come lui avevano sofferto e sudato e sognato, uccisi dall'invasione russa iniziata nel febbraio del 2022. Non simboli. Non icone astratte. Persone. Con nomi, con storie, con famiglie che li aspettavano a casa e non li hanno rivisti più. Il presidente Zelenskyy ha detto che dall'inizio dell'invasione sono morti 660 atleti e allenatori ucraini. Seicento e sessanta. Un numero che la mente fatica a contenere.
Heraskevych li ha messi sul casco. Ha chiamato quella cosa il casco della memoria. E quella parola, memoria, è esattamente il punto su cui tutto si inceppa, perché la memoria non è politica. La memoria è umana. È l'ultima cosa che togliamo ai morti, il fatto che qualcuno li ricordi. E togliere anche quella — togliere anche i loro volti dipinti sul casco di chi li amava — mi sembra un atto di una crudeltà che travalica qualsiasi regolamento.


Il Comitato Olimpico Internazionale ha un'altra opinione. Il 9 febbraio, durante gli allenamenti ufficiali a Cortina, la federazione internazionale di bob e skeleton segnala il casco. Il 10 febbraio arriva la lettera: il casco viola la regola 50 della Carta Olimpica, quella che proibisce "ogni tipo di manifestazione o propaganda politica, religiosa o razziale”. Il CIO offre un'alternativa: un bracciale nero. Un nastrino nero. Qualcosa di discreto, qualcosa che non disturbi, qualcosa che possa essere ignorato con sufficiente comodità.
Heraskevych rifiuta. Dice che intende indossare il casco in gara.
Le riunioni si moltiplicano. La presidente del CIO, Kirsty Coventry, campionessa olimpica di nuoto, una che sa cosa vuol dire competere, una che dovrebbe sapere cosa vuol dire sacrificare tutto per uno sport, si precipita a Cortina in persona. Non era previsto che fosse lì. Ma la vicenda è diventata troppo grande per delegarla. Heraskevych e suo padre Mykhailo, che è anche il suo allenatore, che è stato con lui in ogni pista di ghiaccio del mondo, incontrano la Coventry al centro dello sliding. Si siedono. Parlano per circa dieci minuti.


Non trovano un terreno comune. Coventry esce dall'incontro con le lacrime agli occhi. Dirà ai giornalisti: Nessuno, nessuno, soprattutto io, è in disaccordo con il messaggio. Il messaggio è potente. È un messaggio di memoria. Poi aggiunge: Purtroppo non cambia le regole. Le regole. Sempre le regole. Come se le regole fossero cadute dal cielo, immutabili, invece di essere state scritte da esseri umani che avrebbero potuto scriverle diversamente.
Quarantacinque minuti prima dell'inizio della gara, il CIO ritira l'accredito di Heraskevych. Non gareggerà. I suoi compagni della squadra, quella stessa sera, si inginocchieranno tutti insieme e solleveranno i loro caschi, bianchi, vuoti, senza disegni, verso il cielo. Un gesto silenzioso che valeva più di mille discorsi.
Heraskevych prova anche la via legale, il giorno dopo. Deposita un ricorso urgente al Tribunale Arbitrale dello Sport. Sostiene che la decisione è "sproporzionata, priva di qualsiasi violazione tecnica o di sicurezza”. Il CAS nomina un arbitro. L'arbitro decide in meno di ventiquattr'ore. Il ricorso è respinto. "Squalificato". Scriverà su Instagram la sciatrice ucraina Kateryna Kotsar. "Penso che basti questo per capire cos'è il CIO moderno. Vladyslav Heraskevych, per noi e per il mondo intero, sei un campione. Anche senza partire”.


Poi è arrivata la risposta del popolo ucraino. Non dei funzionari, non dei burocrati, non di chi ha imparato a navigare le acque torbide dei compromessi istituzionali. La risposta vera, quella che conta.
Rinat Akhmetov è l'uomo più ricco dell'Ucraina. È il presidente dello Shakhtar Donetsk, quella squadra di calcio che porta nel nome la città martire, quella città del Donbas che i russi hanno fatto a pezzi e che è diventata il simbolo di una resistenza che non si arrende. Akhmetov ha annunciato di aver donato a Heraskevych circa 200.000 euro. Ha scritto che vuole che il giovane atleta abbia "abbastanza energia e risorse per continuare la sua carriera sportiva, oltre a lottare per la verità, la libertà e il ricordo di coloro che hanno dato la vita per l'Ucraina”.
Duecento mila euro. Una cifra precisa, non casuale. Perché è esattamente quella che l'Ucraina paga agli atleti che vincono una medaglia d'oro alle Olimpiadi.
L'Ucraina ha dato a Heraskevych il premio dell'oro olimpico. Non perché abbia vinto. Non perché sia salito sul podio. Ma perché ha perso tutto, la gara, il sogno, gli anni di preparazione, per non tradire la memoria di ventuno morti. Per non togliere quei volti dal suo casco. Per non cedere a un braccialetto nero che avrebbe seppellito le loro identità nell'anonimato del lutto istituzionale. Il popolo ucraino gli ha detto: per noi hai già vinto l'oro. L'oro che non si fonde, l'oro che non si misura in grammi ma in dignità. L'oro di chi sa che ci sono cose — come ha detto lui stesso, con una semplicità che vale più di qualsiasi discorso — più importanti delle medaglie.
Capiamo le ragioni del CIO, tecnicamente. Le possiamo enunciare: se lasciamo che ognuno faccia quello che vuole sul campo di gara, otteniamo il caos. Le regole sono regole perché valgono per tutti, non per chi ci piace.ì
Ma sappiamo anche questo: il CIO ha bandito la Russia da questi Giochi. Ha bandito squadre intere, ha imposto restrizioni severe ai pochi atleti russi ammessi come "neutri." Ha preso posizione, e giustamente, riconoscendo che l'aggressione russa è un fatto che il movimento olimpico non può ignorare. E poi ha preteso che un atleta ucraino ignorasse i suoi ventuno colleghi morti proprio per quell'aggressione, proprio mentre le televisioni di tutto il mondo trasmettevano le gare e il mondo guardava. C'è una contraddizione in questo che non si riesce a far tacere. Heraskevych lo ha detto con chiarezza, in conferenza stampa al consolato ucraino di Milano: "Lo sport non dovrebbe significare amnesia. E il movimento olimpico dovrebbe contribuire a fermare le guerre, non fare il gioco degli aggressori".
Lo sport senza memoria non è sport. È solo velocità, è solo tecnica, è solo il cronometro che scorre. La memoria è quello che trasforma un atleta in un essere umano che compete, che porta con sé il peso e la luce di chi è venuto prima.


Vladyslav Heraskevych ha perso le Olimpiadi. Non ha vinto nessuna medaglia. È uscito da Cortina a mani vuote, con suo padre accanto — quel padre che ha le lacrime sul viso nelle fotografie, quel padre che lo ha allenato per anni e che ha visto bruciare tutto in quarantacinque minuti.
Ma l'Ucraina gli ha messo in mano l'oro.
E ventuno visi dipinti su un casco, ventuno atleti che non torneranno mai più a competere, che non risaliranno mai più su una pista di ghiaccio, che non sentiranno mai più il vento in faccia durante una discesa, sono stati visti da milioni di persone in tutto il mondo. Più di quanto sarebbero stati visti se Heraskevych avesse vinto la gara e fosse salito sul podio a ricevere la sua medaglia. A volte la sconfitta è il modo più potente di vincere.
A volte il casco più importante non è quello dell'oro olimpico. È quello della memoria.






