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Vladyslav Heraskevych, skeleton, Ucraina, con il casco della memoria contestato dal Cio
Sulla pista olimpica di Cortina si consuma un dilemma da tragedia greca e gli dei dell’Olimpo stanno a guardare.
Vladyslav Heraskevych, ucraino, va veloce con il suo skeleton, lo strano slittino con il quale si scende pancia sotto e testa in giù, ragion per cui il casco è l’unico elemento dal quale durante la discesa si riconosce l’atleta che prono non si vede in volto.
LA REGOLA 50 DELLA CARTA OLIMPICA
In questi giorni Heraskevych è sceso nelle sessioni di allenamento ufficiali con un casco grigio con incollate le foto di 24 atleti e atlete ucraini morti nel conflitto. Ha fatto sapere di avere intenzione di portarlo anche in gara, ma il Cio, comitato olimpico internazionale, gli ha controproposto un meno appariscente lutto al braccio, Heraskevych non ci sta, il casco in teoria è libera espressione, ma il suo secondo il Cio viola la controversa regola 50.2 della Carta olimpica (la Costituzione del movimento olimpico, spiega anche il caso Ghali), che proibisce «ogni tipo di manifestazione o propaganda politica, religiosa o razziale».
Ritenuta implicita prima, la regola, è stata formalmente introdotta nel 1974, a seguito della protesta a sostegno del Black Power contro la discriminazione razziale negli Stati uniti inscenata dagli statunitensi Tommy “Jet” Smith e Juan Carlos sul podio del 100 metri di Messico 1968 e soprattutto a seguito del gravissimo attentato di un commando di Feddayn palestinesi alla palazzina israeliana del villaggio olimpico di Monaco 1972 costato la vita a 11 atleti ospiti, un poliziotto intervenuto e 5 terroristi. Inizialmente estesa a tutti i siti olimpici e a tutte le forme di espressione, la norma è stata di recente circoscritta ai soli campi di gara e alle sole cerimonie protocollari, ossia: apertura, chiusura podio e campo di gara nel corso della competizione. Per il resto libertà di espressione, dai social alle interviste.
ANTIGONE E CREONTE IN CHIAVE MODERNA
L’atleta ucraino che non cede sostenendo che il suo messaggio non sia politico di qua, il Cio che sostiene il suo divieto di là: la contrapposizione è un classico da tragedia greca, riflette alla perfezione il dramma di Antigone, tra lex e ius, ossia tra legge scritta e diritto naturale, ma anche la contrapposizione tra rivendicazione del singolo e legge della polis (la città-stato greca che per estensione oggi è sinonimo di perimetro istituzionale), tra diritto del singolo cittadino e bene comune.
In questo caso la polis è l’internazionale neutrale “città” dell’olimpismo, non priva di contraddizioni, che il Cio rappresenta, avvertendo evidentemente la preoccupazione che aprire una breccia possa significare aprire un vaso di Pandora alle più svariate cause individuali, incluse quelle che potrebbero mettere a repentaglio la sicurezza, da parte di chi potrebbe da fuori trovarne incoraggiamento a sfruttare una vetrina mondiale, o anche solo minare il precario equilibrio di un evento che, nel suo internazionalismo dichiarato, nella sua vocazione alla pace, si può prestare alle rivendicazioni nazionalistiche ogni volta che sul pennone sale una bandiera e succede a ogni podio.


PRECEDENTI, UNA RIGIDITÀ ECCESSIVA
Le ferite del passato hanno portato in edizioni precedenti a interpretare la norma con grande rigidità, fino a sfiorare l’ottusità a Sochi 2014, quando si è arrivati a sanzionare la staffetta femminile del fondo norvegese per il lutto al braccio portato per la morte improvvisa appena prima dei Giochi del fratello di una delle atlete della squadra, con un richiamo scritto che non ha impedito alle norvegesi di vincere le gara ma che ha contribuito ad attirare l’attenzione su una applicazione draconiana parsa ingiustificata per un lutto privato, privo di qualsivoglia connotazione pubblica.
La spiegazione, toppa peggiore del buco, suscitò indignazione: «Con 2.800 atleti, purtroppo molti hanno perso amici e persone care. Comprendiamo il vostro dolore, ma non vogliamo permettere che la competizione diventi un luogo di lutto», rispose il Cio, e dopo la spiegazione della portavoce del Cio Emanuelle Moreau al quotidiano norvegese VG peggiorò la situazione: «Comprendiamo il loro desiderio di onorare la memoria del loro amico», affermava, «ma crediamo che un'arena competitiva, dove l'atmosfera è di festa, non sia il luogo giusto per farlo», anche perché la giustificazione suonava beffarda, dopo che appena quattro anni prima a Vancouver 2010 lo slittinista georgiano Nodar Kumaritashvili, era morto a 21 anni schiantandosi contro un pilone della pista olimpica durante una sessione ufficiale di allenamento sei ore prima della cerimonia d’apertura. Il caso Norvegia fece emergere il problema da Rio in avanti il lutto sarebbe stato ammesso.
GESTO POLITICO O NO?
Più complesso sostenere l’apoliticità del casco di Vladyslav Heraskevych, se non altro perché la sua causa ha avuto il sostegno pubblico del presidente ucraino Zelensky, che ha caricato la questione di una politicità formale. Tanto però non basta a sanare la contraddizione attorno al caso: al netto dell’umana solidarietà ampia attorno all’atleta e al suo gesto, dell’umana empatia per il popolo ucraino, testimoniata dal boato che ha accolto la delegazione ucraina a San Siro in cerimonia d’apertura, c’è anche il fatto che sul casus belli la polis olimpica non è rimasta neutrale, ma ha sanzionato Russia e Bielorussia per violazione della Tregua e dunque della carta olimpica, i loro atleti possono partecipare, se non sono militari, come indipendenti senza inno nazionale né bandiera trovando sul podio solo bandiera a cinque cerchi e dell’inno olimpico. A complicare le cose, il fatto che Vladyslav Heraskevych ha dichiarato ugualmente di non gradirli.
COME ANDRÀ A FINIRE
In Antigone nessun dio scende dall’Olimpo a risolvere il contrasto, come accade in altre tragedie greche: «Il contrasto tra Antigone e Creonte», scrive Luciano Violante nel bellissimo piccolo saggio Giustizia e mito firmato per Laterza con Marta Cartabia, «insanabile come tutti i contrasti può essere mortale per entrambi. Creonte non può negoziare con Antigone perché lei rifiuta ogni forma di mediazione e lui non ha via d’uscita al di là della imposizione o della resa». In mancanza di un tribunale a dirimere, conclude: «Uno dei due protagonisti è di troppo e la tragedia si compie».
Nell’internazionale olimpica, la trattativa, uno dei modi con cui i sistemi giuridici moderni risolvono questo genere di contrasti, è già stato provato, senza successo.
Si andrà per la strada che oggi si chiama obiezione di coscienza/disobbedienza civile: Heraskeviych ha violato la regola del Cio sapendo di violarla e dovrà accettarne la sanzione (è stato squalificato e ha fatto ricorso senza successo al Tribunale arbitrale sportivo Tas), ma ha già in parte ottenuto la visibilità che cercava per la sua causa.
«Non posso dire ai miei ragazzi che l'unico modo d'amare la legge è d'obbedirla», scriveva nel 1965 don Lorenzo Milani nella Lettera ai giudici, «posso solo dir loro che essi dovranno tenere in tale onore le leggi degli uomini da osservarle quando sono giuste (cioè quando sono la forza del debole). Quando invece vedranno che non sono giuste (cioè quando sanzionano il sopruso del forte) essi dovranno battersi perché siano cambiate».


Comunque vada a finire, il caso del “casco della memoria” ha posto la questione sull’attualità della regola 50.2: sarà inevitabile ragionare dell’opportunità di aggiornarla, dopo che ha esposto al mondo la contraddizione di una manifestazione che proclama la pace, in tutti i suoi contesti ufficiali, dalla Cerimonia al muro della Tregua olimpica al villaggio olimpico, ma poi nasconde sotto il tappeto gli effetti della guerra. Sarà materia di discussione in vista del quadriennio che porta alla prossima edizione. Un lavoro da fare con il cesello non con l’accetta, perché comunque la complessità non manca: si tratta di sanare contraddizioni, ma anche di bilanciare il diritto di ciascuno a esprimersi, con il bisogno di preservare la sicurezza della manifestazione e insieme la centralità del fatto sportivo.
Già adesso il dibattito è aperto, Arianna Fontana, sollecitata da una domanda a Casa Italia Milano ha detto: «al momento queste sono le regole, ma mi auguro che il Cio trovi il modo di far sì che gli atleti si possano esprimere».






