C’è una scena che vale più di qualsiasi classifica. Alex Schwazer, quarantun anni portati sulle spalle come si porta uno zaino pesante, entra nella gara di testa. Non in coda, non con la prudenza di chi deve ancora capire se le gambe rispondono. In testa, assieme ai migliori, con quella sua andatura larga e potente che chi ha memoria dello sport italiano conosce bene. È l’8 marzo, Alessandria, Campionati Italiani Assoluti di mezza maratona di marcia. Sul tracciato ci sono oltre duecento cinquanta atleti, ma gli occhi di tutti, del pubblico, dei giudici, dei colleghi in gara, sono su di lui. Come sempre, del resto. Come suo malgrado.

Per quattordici chilometri, Schwazer tiene il passo di Riccardo Orsoni e Gianluca Picchiottino, i due che alla fine si contenderanno il titolo. Li tiene, li segue, a tratti li incalza. C’è un momento, attorno al quindicesimo chilometro, in cui decide persino di accelerare, di alzare il ritmo nel tentativo di staccarli. È un gesto antico, da campione: i campioni, diceva qualcuno, pensano solo a vincere. La penalizzazione arriva quasi subito dopo, la terza segnalazione dei giudici per ‘sospensione’, ovvero per un’irregolarità tecnica nel gesto della marcia. Tre minuti fermi, mentre gli altri vanno. Tre minuti che nel senso agonistico della parola sono un’eternità. Schwazer li sconta, riparte, percorre ancora un chilometro. Poi si ferma.

Non dice niente, a fine gara. A chi gli chiede se continuerà risponde con un “non lo so” che è forse la cosa più onesta che si possa dire dopo una giornata simile. Parla invece Sandro Donati, l’allenatore, l’uomo che gli è rimasto accanto quando quasi tutti se n’erano andati: “Era venuto per vincere, ma non basta essere forti. Bisogna rispettare i canoni tecnici. Lui un po’ debordava nella marcia. Sono dieci anni che non fa gare di alto livello.” E poi, con quella sintesi lucida e affettuosa di chi conosce bene il proprio atleta: “I campioni sono fatti così, pensano solo a vincere.”

Vale la pena fermarsi su quest’ultima frase. I campioni pensano solo a vincere. Schwazer, a quarantun anni, dopo otto anni di squalifica, dopo tutto quello che gli è capitato, è andato ad Alessandria con un’unica cosa in testa: stare davanti. Non partecipare. Non sopravvivere alla distanza. Vincere. C’è qualcosa di commovente e di brescianamente epico in questo, qualcosa che Gianni Brera avrebbe riconosciuto al volo come la cifra autentica dell’atleta vero: non il furbo, non il calcolatore, ma quello che non sa fare altro che andare.

Italian Alex Schwarzer celebrates placing third in the 50km Walk at the 10th IAAF World Championships in Athletics, Helsinki, Finland, Friday 12 August 2005. ANSA/FABRICE COFFRINI
Italian Alex Schwarzer celebrates placing third in the 50km Walk at the 10th IAAF World Championships in Athletics, Helsinki, Finland, Friday 12 August 2005. ANSA/FABRICE COFFRINI
L'italiano Alex Schwarzer festeggia il terzo posto nella 50 km di marcia ai 10° Campionati mondiali di atletica leggera, Helsinki, Finlandia, venerdì 12 agosto 2005.ANSA/FABRICE COFFRINI (ANSA)

Per capire il peso di questa domenica, bisogna tornare indietro. Bisogna tornare a Pechino, 2008, cinquanta chilometri sotto un cielo che sembrava di piombo. Schwazer aveva ventitre anni, veniva da Calice, in Val Senales, cresciuto tra montagne e silenzio. Aveva un passo che mangiava l’asfalto e un motore che sembrava non finire mai. Vinse l’oro olimpico nella cinquanta chilometri di marcia con un distacco netto, con quella specie di sovranità che hanno i campioni quando le cose vanno come devono andare. L’Italia lo festeggiò come si festeggiano i campioni: tanto rumore per qualche settimana, poi il silenzio.

Il silenzio vero arriva nel 2012, prima di Londra. Positivo al doping. Squalifica di tre anni. Schwazer lo ammette, chiede scusa, piange in televisione. Si può giudicare questo in mille modi, ma c’è una cosa che nessuno gli può togliere: ha detto la verità. Ha pagato. E poi si è rialzato. Ha ricominciato ad allenarsi, ha ritrovato Donati, ha ritrovato sé stesso. Nel 2016 sembrava pronto per Rio de Janeiro, per un’altra Olimpiade, per quel riscatto che lo sport a volte concede a chi sa aspettarlo.

Poi arriva il secondo colpo. Febbraio 2016, a pochi mesi dalla partenza per il Brasile: un nuovo controllo antidoping, una nuova positività. Steroidi anabolizzanti, una quantità enorme, incompatibile con qualsiasi logica sportiva. Lui giura di essere innocente. Quasi nessuno lo crede. La squalifica questa volta è di otto anni. Rio è finita. La carriera, a tutti gli effetti, sembrava finita.

Ma la verità è una cosa testarda. Il Tribunale di Bolzano, al termine di un’istruttoria lunga e dolorosa, accerta ciò che Schwazer aveva sempre sostenuto: il campione di sangue era stato manomesso. Qualcuno, all’interno di quel sistema che avrebbe dovuto tutelare la pulizia dello sport, aveva fatto esattamente il contrario. La sentenza di assoluzione porta la formula più netta che esista nel diritto penale: “per non aver commesso il fatto”. Non un cavillo, non una prescrizione. L’innocenza, stabilita da un giudice, nero su bianco.

In questa battaglia, accanto a Schwazer e a Donati, c’era anche don Luigi Ciotti con Libera. Non è un dettaglio trascurabile. Don Ciotti è uno che ha dedicato la vita a stare dalla parte di chi non ha voce, a praticare la legalità come atto di fede e di responsabilità civile. La sua presenza in questa vicenda dice qualcosa che va oltre lo sport: dice che la giustizia, quando viene cercata con ostinazione e con le mani pulite, alla fine ha una possibilità di trovare la strada. Non sempre. Non subito. Ma alla fine.

Un'immagine di Alex Schwazer disperato durante la conferenza stampa a Bolzano il 08 agosto 2012. ANSA/RICCARDO VALLETTI
Un'immagine di Alex Schwazer disperato durante la conferenza stampa a Bolzano il 08 agosto 2012. ANSA/RICCARDO VALLETTI
Un'immagine di Alex Schwazer disperato durante la conferenza stampa a Bolzano il 08 agosto 2012.ANSA/RICCARDO VALLETTI (ANSA)

Schwazer aveva confidato che sarebbe tornato a gareggiare “unicamente per Hubert Rabensteier”, il suo migliore amico, scomparso improvvisamente pochi giorni prima della gara a soli cinquantasei anni. C’è qualcosa di antico e di profondamente umano in questo: correre, marciare, per onorare chi non c’è più. Lo facevano i greci, nei loro giochi funebri. Lo fa Schwazer ad Alessandria, l’8 marzo 2026, con i giudici che lo guardano e la gente che lo incita a bordo strada.

Il neo campione italiano Orsoni, quello che alla fine ha vinto, ha detto una cosa bella: “È stata un’emozione gareggiare con lui. Per me è stato un grande stimolo”. Non è retorica. È il riconoscimento spontaneo che certe presenze cambiano l’aria attorno a sé, alzano il livello, ricordano a chi è giovane e forte che lo sport è anche memoria, anche storia, anche le cicatrici che si portano addosso.

Schwazer non ha vinto. Non ha finito la gara. Ha preso tre penalizzazioni tecniche per un gesto atletico che non ha praticato, al massimo livello, da dieci anni. Donati ha detto che probabilmente avrebbe potuto chiudere sul podio se avesse rallentato un po’. Lui non ha rallentato. Ha spinto, ha cercato la vittoria, ha sbordato nei limiti tecnici della disciplina. È il modo in cui è fatto. È il modo in cui, probabilmente, non può smettere di essere fatto.

Non sappiamo se tornerà a gareggiare. Lui stesso non lo sa, o almeno così ha detto. Ma sappiamo che domenica scorsa, ad Alessandria, un uomo di quarantun anni che avevano cercato di distruggere, con il doping truccato, con gli anni rubati, con il silenzio di chi avrebbe dovuto difenderlo, è tornato a fare l’unica cosa che sa fare davvero. E l’ha fatta da davanti, con la testa alta, pensando solo a vincere. Come i campioni. Come, nel profondo, è sempre stato.