Ci sono voluti 73 anni dal 21 ottobre 1953, anno della prima telecronaca della Nazionale di calcio in Tv, perché una donna debuttasse ai microfoni di un Mondiale maschile di calcio in telecronaca nel servizio pubblico. È toccato a Tiziana Alla, 61 anni, il 23 giugno 2026 in Inghilterra-Ghana. Meglio tardi che mai. Alla ha una lunga storia di giornalismo sportivo televisivo alle spalle e da quattro anni già seguiva le partite della Nazionale azzurra dal bordo del campo. L’aveva voluta lì, al posto che era stato per 12 anni di Alessandro Antinelli, un’altra prima donna, cosa diversa dal dire “primadonna”, Alessandra De Stefano, tra il 2021 e il 2023, una vita al seguito del ciclismo, unica direttrice finora nella storia di Raisport.

Prima di Tiziana Alla, il volto storico femminile della Nazionale di calcio, ma mai telecronista, era stata Donatella Scarnati, dal 1990 inviata speciale al seguito degli azzurri, dapprima per il Tg1 poi per Raisport, di cui dal 2015 è stata responsabile del team in occasione delle partite ufficiali ed amichevoli degli azzurri, ritiratasi nel 2022 con l’omaggio da parte del Ct Roberto Mancini e della Nazionale: una maglia azzurra numero 36 con il suo nome.

Tiziana Alla, laurea in scienze politiche, formata alla scuola di giornalismo di Urbino, fa la telecronista di calcio in realtà da vent’anni. Il suo debutto al microfono è avvenuto nel 2006, in Piacenza-Juventus, in serie B, epoca della retrocessione dei bianconeri per Calciopoli, quando lavorava per Rai International. Dal 2019 ha iniziato commentare come telecronista le partite della Nazionale di calcio femminile.

Quando il suo nome è diventato ufficiale alla presentazione della delegazione Rai per il Mondiale Usa Canada Messico, ha commentato ai microfoni Rai: «Sono diventata un simbolo mio malgrado, perché il sogno sarebbe che fosse normale: ho speso una vita professionale a seguire il calcio, faccio telecronache da vent’anni. Mi rendo conto che il Mondiale maschile è rompere il soffitto cristallo, la barriera invisibile ma resistentissima che frena le donne: un varco s’è aperto, grazie alla Rai, ma spero che le persone possano aspirare con il lavoro a raggiungere traguardi professionali indipendentemente dal genere per il loro curriculum e che già al prossimo Mondiale sia patrimonio acquisito e che nessuno si stupisca più di trovare una donna ai microfoni. L’emozione e l’orgoglio ci sono, ma poi bisogna prepararsi bene e sforzarsi di pensare che quella è una telecronaca come tante altre già fatte, altrimenti si rischia di subire la pressione».

Il suo essere donna in passato aveva fatto notizia nel 2022 quando a fine partita Gigio Donnarumma si era risentito per una sua domanda dopo Germania-Italia 5-2, ma lei si è detta sempre convinta che la risposta piccata sarebbe arrivata altrettanto a un collega maschio. Anche se ha ammesso più volte di essere stata oggetto di pregiudizi soprattutto all’inizio, quando riceveva mail in cui le scrivevano che una voce femminile in telecronaca «non si poteva proprio sentire».

Ma in vent’anni s’è fatta tanta strada, le donne nel giornalismo sportivo, ne hanno fatta tantissima. Il tennis, che è più avanti del calcio, da molti anni vede telecroniste avvicendarsi ai microfoni delle partite più importanti. E in carta stampata da tempo tante donne sono penne sportive di punta nei giornali di settore e generalisti. Ai Giochi di Milano Cortina, per dire, attorno alle gare milanesi in zona mista c’era una equa distribuzione, se non a volte una prevalenza femminile. La prima era stata la scrittrice Maria Ortese, nel 1913, prima donna al seguito del Giro d’Italia, quando il ciclismo era il centro delle passioni sportive degli italiani.

Ed è stata Emanuela Audisio, unica tra tutti gli italiani a entrare in Albo d’oro, la prima donna al mondo a ricevere, nel 2018, il prestigioso premio giornalistico sportivo internazionale intitolato a Vázquez Montalbán, lei che raccontava di essere stata fermata tante volte negli Stati Uniti negli anni Settanta sulla soglia degli spazi riservati ai giornalisti negli incontri di boxe di cui s’è molto occupata, perché non si credeva verosimile che una donna fosse lì per lavorare. E anche chi scrive potrebbe testimoniare che è capitato negli di sentirsi domandare, magari un po’ timidamente, non proprio apertis verbis, se occuparsi di sport come settore sia stato, da donne, una scelta o un ripiego, per non dire un castigo. Una domanda che arriva, è vero, ormai sempre meno, ma che arriva da sempre più spesso da parte di donne. Segno che non sono i generi ma la società a dovere camminare.