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Federica Pellegrini, un fermo immagine del video contestato.
In gara con 40 di febbre? Sta generando un acceso dibattito un video pubblicato su Instagram da Federica Pellegrini, stralcio di un discorso tenuto a giovani (ma non giovanissimi) nuotatori della Fede Academy, che tiene corsi di perfezionamento, nella sede del centro di preparazione olimpica di Livigno. Sarà la stessa Federica a spiegare in un secondo momento, rispondendo ai commenti che lo spezzone si riferisce al racconto episodio estremo, che stava «raccontando un’esperienza personale (Barcellona 2003 staffetta 4x100stile avevo 14 anni)». Non erano 14 anni qualunque, ma i 14 anni di un’atleta già ai vertici assoluti, che avrebbe vinto l’argento olimpico a 16 anni e 7 giorni ad Atene 2004.
Resta il fatto che il post è stato pubblicato senza contesto, ed è stato chiosato in modi contrapposti, anche da allenatori che si sono confrontati nello spazio dei commenti, da alcuni salutato come un ottimo discorso motivazionale, utile a insegnare a stare nella fatica, da altri è stato inteso come un messaggio tossico, un suggerimento a ignorare i segnali del fisico (40 di febbre, la spalla che non gira) e a gareggiare a ogni costo.
A proposito di contesti il ricordo corre al Mondiale di Roma 2009 quando il giorno prima dei 400 stile libero, al posto di Federica Pellegrini, venne in conferenza stampa il suo allenatore Alberto Castagnetti, il secondo papà che l’aveva riacciuffata da un momento difficile quando ha rischiato di perdersi dopo essere esplosa gioavanissima, la persona che riusciva a rasserenarla anche nei momenti di massima pressione, e che sarebbe scomparso di lì a poco. «Ho lasciato Federica a riposare», spiegò alla stampa in attesa della regina di casa, «perché non si sentiva tanto bene, un malessere io credo dovuto alla tensione, le ho detto di stare tranquilla. State tranquilli anche voi domani farà la sua gara». Domani era il 26 luglio 2009 e Federica Pellegrini vinse i 400 stile libero con il record dei campionati e tre giorni dopo i 200 con il record del mondo.


Resta quel discorso che pubblicato decontestualizzato su Instagram poteva andare in mano a qualsiasi ragazzo che fa sport e che ha acceso una intensa discussione. In rete e non solo.
Chi ha ragione tra i due fronti, qual è il momento in cui ci si deve fermare? Lo abbiamo chiesto a Fabio Lucidi, professore ordinario di Psicometria nel Dipartimento di Psicologia dei Processi di sviluppo e socializzazione, presso la Facoltà di Medicina e Psicologia, dove dirige anche il servizio di Consulenza in psicologia dello Sport dell’Università la Sapienza di Roma
Professore, come dobbiamo leggere questo messaggio?
«Ovviamente non tocca a me stabilire quello che intendesse dire Federica Pellegrini, lo chiarirà lei. Per cui parliamo invece di quale lettura possiamo darne in termini di sport agonistico. Su una cosa dobbiamo essere chiari: uno sport agonistico, specie se di altissimo livello, è una tensione molto forte al superamento dei limiti. Ovviamente il superamento dei limiti è un'idea sbagliata. L'idea giusta è il raggiungimento del proprio limite massimo, che è un’idea corretta e anche praticabile. I limiti si possono toccare, si possono raggiungere, ed è anche bellissimo scoprire quali sono i propri limiti. E può essere tantissimo, ma nessuno va oltre ciò che è. Il mito dello sport no-limits è la premessa che apre la strada all’aiuto farmacologico»
Possiamo chiamarlo doping, per essere chiari?
«Esattamente, se lo sport è un modello di raggiungimento, di scoperta con molta fatica e con il massimo del proprio impegno, di qual è il proprio limite e del tentativo di raggiungerlo nell'occasione più importante, quello è tutto sano. Molto meno sano è quando lo sport si carica di una lettura di superamento del proprio limite che è una pia illusione».
A che punto si circoscrive il messaggio sano?
«Lo sport agonistico sta tra costantemente tra questi due elementi: da una parte la difficoltà di convincere una persona a impegnarsi talmente tanto da raggiungere i propri limiti che è già una cosa molto difficile. Nessuno normalmente lavora così tanto da raggiungere il proprio limite superiore. E questo, però, è necessario nello sport agonistico, detto questo non si può andare oltre, non si può rischiare la salute per andare oltre. Questa è la dinamica, questi sono i due estremi e questa è la difficoltà di chiunque dà un messaggio a uno sportivo: cercare il punto di equilibrio tra il non darlo talmente blando da tenere l’atleta lontano dal proprio limite e il non darlo così forte da portarlo a cercare di superare il limite».
Nel messaggio si dice che a far decidere è quanto si vuole il risultato. Si può volerlo troppo?
«Gli psicologi sottolineano una differenza tra passione armoniosa e passione ossessiva, la prima è quella per un elemento che lavorativo, artistico, sportivo e che porta l'individuo a dare ciò che ha mantenendo quell'elemento nel contesto di un equilibrio vitale. La passione diventa ossessiva quando invece quell’elemento è talmente forte da ostacolare l'equilibrio vitale. Se una passione ti mette a rischio la salute sta ostacolando il tuo obiettivo vitale. Se ti mette a rischio le relazioni con gli altri sta ostacolando il tuo obiettivo vitale. Se quella cosa tu la fai con enorme impegno, ma condividendola e in qualche maniera mettendola insieme alle relazioni con i tuoi affetti, al perseguimento della tua salute, al perseguimento di altri interessi allora quello sta dentro un equilibrio vitale».
Ritiene che attualmente nello sport agonistico ad alto livello ci sia una spinta ad andare oltre?
«C'è molto rischio di passione ossessiva. Siccome l'equilibrio vitale è un interesse dell'atleta e l'idea di andare anche oltre quell'equilibrio è nell'interesse dello spettacolo, dello show business, dobbiamo ammettere che una certa pressione c’è. La domanda che ci dovremmo fare è quanto noi amanti dello sport, amanti di un'educazione sportiva, amanti anche di una competizione di alto livello, riusciamo a fare in modo che quella competizione di alto livello resti tra persone che riescono a mantenere quell'equilibrio vitale dentro una passione armoniosa».




