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La sconfitta dell'Italia contro la Bosnia che ha negato il Mondiale agli azzurri.
C’è una generazione, è vero, che non ha mai visto e per almeno altri quattro anni non vedrà l’Italia ai Mondiali di calcio, e se l’ha vista dal 2010 in qua l’ha vista in una sequela di magre figure, al netto dell’Europeo 2020-21, che però sapeva più di rondine che ha fatto primavera che di specchio della buona salute di un movimento. Ne abbiamo sentito parlare tanto di questa generazione “defraudata” della poesia dell’azzurro Mondiale per il baratro della tenebra, ma è probabile, e percezione e dati sembrano confermarlo, che a sentirne la mancanza siano i vecchi che rimpiangono un mondo perduto, per i ragazzi ormai lontano distanze siderali.


I ragazzi un po’ probabilmente perché non si sente la mancanza di quello che non si ha mai avuto, un po’ perché hanno di meglio, semplicemente vanno altrove dove c’è successo, entusiasmo, passione: i ragazzi e le ragazze hanno Sinner, Kimi, Bez cui ispirarsi, hanno Paola Egonu, Cecilia Zandalasini, Alessandro Michieletto, Mattia Furlani, Nadia Battocletti, Zanyab Dosso, Larissa Iapichino, ragazzi poco più grandi di loro che vincono con la leggerezza dei vent’anni e che riflettono l’Italia che loro rappresentano.
Hanno altre più mature leggende a ispirarli: Federica Brignone e Sofia Goggia su tutte che trasmettono loro con l’esempio come si cade e ci si rialza, di come si regge una pressione enorme e che è un grande tema nella vita quotidiana dei nativi digitali. Si vede dalla vitalità in Rete quanto la ginnastica artistica femminile con Alice D’Amato e Manila Esposito abbia conquistato, e non da oggi, le ragazzine.


Lo sport italiano mai come in questo momento offre esempi giovani, belli, vincenti, in cui identificarsi. Perché mai chi non l’ha avuto dovrebbe sentire la mancanza di un mondo polveroso da che da 15 anni almeno rimugina gli stessi problemi, sperando nel miracolo di una sera? Perché mai, mai a fronte di tanto sport vincente e soddisfacente, dovrebbero sentirsi defraudati di partite giocate in bolge infernali di fischi, tecnicamente scadenti e di una noia mortale?


Forse sarebbe il caso che il calcio uscisse dal proprio arroccamento, che andasse con umiltà a studiare come hanno fatto gli altri sport a far crescere talenti anche nella nicchia, dal curling allo slittino, e a rimediare decenni di insuccessi investendo in idee, in studio, in conoscenza (vedi tennis, atletica, pallavolo).


Deve prendere atto che il mondo è cambiato, che la rendita si è esaurita, e che se il calcio rivuole i giovani deve andarseli a riconquistare nel contesto di una concorrenza aumentata.





