E ancora morirò/ di gioia e di paura/ quando il sipario sale:/ paura che potrò/ non ricordare più/ la parte che so già/ Poi, quando tocca a me/, puntuale, sono là/ nel sogno sempre uguale.

Preceduto dalla fama alata del salto mortale indietro, proibito e riabilitato dai regolamenti dopo 50 anni, Ilia Malinin voleva anche essere il primo a eseguire ai Giochi olimpici il leggendario quadruplo Axel. E invece no, il predestinato precipita nell’abisso scuro dell’ansia come in un gorgo, risucchiato da le trac sul ghiaccio dell’Ice Skating Arena di Assago

L’interruttore mentale che fa ricordare la parte quando il sipario sale fa cilecca sul più bello nella testa dell’angelo biondo e lo abbandona alla paura: il quadruplo Axel esce appena semplice ed è subito notte. L’uomo che doveva essere l’istrione di Aznavour si scopre omino di Mordillo - l’umorista argentino che come pochi ha reso la psicologia dello sport - con il nasone affacciato sull’orlo del precipizio del campo di calcio in cima alla rupe, scrutando i palloni perduti.

Milano Cortina 2026 Olympics - Figure Skating - Men Single Skating - Free Skating - Milano Ice Skating Arena, Milan, Italy - February 13, 2026. Ilia Malinin of United States falls during the Free Skating REUTERS/Amanda Perobelli TPX IMAGES OF THE DAY
Milano Cortina 2026 Olympics - Figure Skating - Men Single Skating - Free Skating - Milano Ice Skating Arena, Milan, Italy - February 13, 2026. Ilia Malinin of United States falls during the Free Skating REUTERS/Amanda Perobelli TPX IMAGES OF THE DAY
La caduta di Ilia sul ghiaccio dell'Ice Skating Arena di Assago (REUTERS)

Troppe attese attorno al 21enne statunitense di origine kazaka, troppa fama attorno al salto indietro proibito fino al 2024, per i suoi rischi e per l’estetica poco gradita ai puristi che prediligono l’eleganza del gesto all’azzardo circense, un gesto ritenuto a lungo merce da esibizione, che Brian Boitano poteva concedersi e si concedeva solo nei Galà.

L’essere figlio d’arte della coppia kazaka oro olimpico a Nagano 1998 subito dopo trasferitasi negli Stati Uniti dove Ilia è nato, predestinato a regalare agli Stati Uniti l’erede di Evgenji Plushenko per stessa ammissione della leggenda russa che vinse a Torino 2006 facendo il segno della croce ortodosso sul punto del ghiaccio in cui si salvò dalla caduta.

Non si salva invece Ilia, il ghiaccio non gli perdona il pubblico impazzito attorno alla spettacolarità dei suoi gesti, i media abbagliati prematuramente dalla sua leggenda aurea, gli scommettitori già certi dell’oro in tasca.

Troppa pressione fa esplodere quello che frulla sotto quei riccioli biondi: se si pattina con il corpo è con la testa che si vince. Chi ha pattinato prima di lui lo ha dimostrato: la tensione del lungo più atteso ha già sfarinato le sicurezze degli avversari migliori, caduti tutti davanti a lui. Al posto della marcia trionfale basterebbe un coro a bocca chiusa, non servirebbe strafare, varrebbe oro una sequenza pulita e invece è la debacle: i quattro giri dell’Axel si fermano a uno, la mente non riesce a resettare l’errore: Ilia cade una volta, cade due volte, risucchiato da un buco di terrore nel ghiaccio mentre la sua fisionomia angelica smotta in un accenno di pianto. Niente oro, niente argento, niente bronzo, niente podio, niente di niente: ottavo dietro al kazako Mikhail Shaidorov (quando si dice il contrappasso) e ai giapponesi Yuma Kagiyama (che ha nel team di allenatori Carolina Kostner) e Shun Sato. God don’t bless America questa volta.

È la legge dello sport e il suo bello di non sapere mai come va a finire: tutto accade qui e ora, una volta sola senza appello, senza repliche: bisogna esserci lì, davanti a miliardi di sguardi, ogni volta da capo. Non hai ieri, non hai domani, tutto nelle tue mani, ogni volta, ma di più nella tua testa.

Lo aveva spiegato bene Federica Brignone dopo la sua medaglia d’oro in SuperG: «Il fatto che dopo l’infortunio fosse già un successo esserci mi ha tolto la cosa più difficile delle Olimpiadi: la pressione. Ho sciato leggera, mentre quando vuoi troppo una cosa spesso è la volta che non riesci a ottenerla».

Con gli avversari già a terra, qualcuno avrebbe potuto dietro le quinte consigliare a Ilia di pattinare pulito, magari rinunciando al rischio del quadruplo Axel per la confort zone di un più sicuro triplo. Sarebbe bastato per vincere. Ma non per stravincere. E forse era proprio questo il punto: l’eroe designato, prigioniero della propria leggenda, non poteva più permettersi di rimangiarsi la promessa della sua unicità.

E in questo castello dei destini sgarbati, suona ancora più beffarda l’intossicazione che ha impedito a un Daniel Grassl quarto dopo il corto di giocarsela davvero in casa, da potenziale outsider incomodo tra le cadute degli dei.