C'è qualcosa di straordinariamente umano, forse persino commovente, in quello che è accaduto mercoledì sera (ora australiana) alla Rod Laver Arena di Melbourne. Mentre il tennis mondiale si preparava al suo primo Grande Slam della stagione, mentre i campioni affilavano le armi per battaglie che si sarebbero estese su cinque set e ore di lotta sotto il sole australiano, un dilettante di Sydney ha dimostrato che a volte basta un punto. Un solo punto. Per cambiare la vita, per riscrivere le gerarchie, per ricordarci che questo sport — come la vita — può essere imprevedibile fino all'ultimo istante.

Jordan Smith ha trentadue anni, una racchetta vissuta dal sale del sudore e dal solo australiano, e il sorriso di chi sa che questo momento probabilmente non tornerà mai più. È un allenatore alla Castle Hill Tennis Academy, una di quelle strutture che costellano le periferie delle grandi città, dove i sogni si coltivano su dieci campi sintetici e si nutrono di passione più che di sponsor. Il tennis è nel suo DNA: il padre Neil, ex professionista che ha giocato il circuito prima di dedicarsi all'insegnamento, lo ha cresciuto su quei campi. La madre Michelle gestisce l'amministrazione. I fratelli Cameron e Blake sono anch'essi allenatori. Una dinastia in miniatura, fatta non di vittorie eclatanti ma di quella continuità silenziosa che tiene in vita lo sport alla base.

Da ragazzo, Jordan aveva vinto due titoli nazionali juniores in singolare e tre in doppio. Aveva giocato contro Cameron Norrie e – l’attuale numero 3 al mondo – Alexander Zverev quando erano tutti adolescenti con sogni più grandi del loro servizio. Poi la realtà: non tutti diventano Sinner o Alcaraz. Alcuni restano, insegnano, trasmettono. E forse è proprio questo che rende la sua vittoria ancora più preziosa.

Il format del "1 Point Slam" è una di quelle idee che sulla carta sembrano un capriccio, un diversivo per intrattenere il pubblico prima che inizi la vera battaglia. Ventiquattro professionisti — da Sinner a Swiatek, da Alcaraz a Gauff — contro altrettanti dilettanti e celebrità. Rock, paper, scissors per decidere chi serve. I professionisti con un solo servizio a disposizione, gli amatori con due. Un punto secco, e chi perde torna a casa. Winner takes all: un milione di dollari australiani al vincitore.

Ma il tennis è strano, come la vita. E in questo formato compresso, spettacolare, goliardico quasi, senza rete di sicurezza, senza possibilità di recuperare lo svantaggio nel game successivo, la fortuna e i nervi contano più del ranking. Lo ha scoperto Jannik Sinner, due volte campione dell'Australian Open, quando al terzo turno ha servito in rete contro Smith. Un errore banale, del tipo che non si commette mai in un match vero. Ma questo era diverso: questo era teatro dell'assurdo, dove la leggerezza del momento si fonde con la pressione di un singolo istante e anche i migliori possono vacillare. O quantomeno sbagliare.

Smith è andato avanti. Ha battuto Amanda Anisimova, numero quattro mondiale al femminile, con quella solidità che lui stesso definisce "essere un muro di mattoni": fare tante palle, aspettare che l'avversario sbagli. Una filosofia modesta, quasi umile, ma efficace quando il margine d'errore è zero. In semifinale ha superato Pedro Martinez al termine di uno scambio vero, forse l'unico della serata che ha ricordato il tennis che conosciamo. Poi la finale contro Joanna Garland, numero 117 del mondo, che nel suo cammino aveva eliminato Zverev, Kyrgios, Sakkari. Un'altra outsider, un'altra storia improbabile.

Garland ha servito largo. Smith ha risposto profondo. Lei ha colpito un dritto fuori misura, e tutto è finito. Un milione di dollari, davanti a quindicimila persone impazzite, sotto le luci che hanno visto trionfare Federer, Nadal, Djokovic. Smith ha detto che userà i soldi per comprare una casa. «O forse metà casa», ha scherzato, «i prezzi a Sydney sono pazzi». È il commento di un uomo che non ha perso il contatto con il mondo reale, che sa che domani tornerà ai suoi allievi, ai suoi campi sintetici, alla vita normale.

C'è chi dirà che è stato solo un gioco, un'esibizione, che i veri campioni si misurano su cinque set e non su morra cinese. Ed è vero. Ma questo sarebbe perdere il punto. Perché quello che è successo mercoledì sera a Melbourne non è stata una vittoria nel senso classico del termine. È stata la dimostrazione che nel tennis, come nella vita, esiste uno spazio per l'imponderabile, per il colpo di fortuna che premia chi è pronto, per il momento in cui Davide può davvero battere Golia.

Jordan Smith non è più forte di Sinner. Probabilmente perderebbe 6-0, 6-0, 6-0 in un match Slam vero. Ma in quel punto, in quell'istante preciso, è stato più solido, più concentrato, più fortunato. E questo basta. Basta per entrare nella storia, per ricordarci che il tennis — questo sport ossessionato dalle classifiche, dalle teste di serie, dai favoriti — può ancora sorprenderci. Può ancora regalarci storie come questa: di un uomo qualunque, con una racchetta in mano e un sogno impossibile, che per una sera è diventato milionario. Un punto alla volta.