Franco Baresi, don Antonio Mazzi, Francesco Guccini e adesso Livio Berruti, lascia senza parole e senza respiro questa mezza estate 2026: troppa bellezza rapita in cielo tutta in una volta.

Per chi lo aveva incontrato molto dopo, senza avere vissuto per anagrafe i fasti di Roma 1960, l’Olimpiade della dolce vita, non era immediato far coincidere il signore compassato che capitava di incontrare per Torino, lui sì autenticamente cortese senza ombra di affettazione, con lo studentello con gli occhiali e le scarpe bianche (indossate in finale, ammise, per vanità contro ogni evidenza ed esigenza tecnica perché si abbinavano meglio), che tagliò con il petto, il traguardo dei 200 metri davanti agli americani lasciati con un palmo di naso. E vivendo tutto, come una vacanza romana, lui che, studente di chimica, correva per diletto nei ritagli, allenandosi tre volte alla settimana puntando più alla laurea che all’alloro.

Era nato tennista, ma il professore di ginnastica (così si diceva allora) del liceo Cavour ne aveva notato la velocità e le lunghe leve spedendolo all’atletica, al lungo soprattutto, prima di scoprire che sarebbe stata la curva dei 200 la sua misura del mondo, quella che servì a Roma a mettere il mondo in fila.

Era diventato immortale dentro una foto: quella foto. Aveva preceduto di vent’anni Pietro Mennea, di cui era l’antitesi senza rabbia e senza rivalsa: una concezione opposta dello sport e della vita, si stimavano ma non si sono mai intesi, né presi.

Ogni volta che qualcuno gli ricordava di quella gara, della luce morbida di Roma, dei rotocalchi che avevano reso favola piccante una passeggiata mano nella mano con la gazzella nera dei Giochi, Wilma Rudolph, statunitense, perfetta per dare un tocco di esotico alla prima olimpiade davvero televisiva della storia, Berruti senza più capelli, sorrideva con gli occhi dietro gli occhiali e ringraziava con l’aria di chi pensava: «esageroma nen».

Ma non se n’era lasciato imprigionare, aveva scelto di vivere altrove, fuori di lì, una vita normale, quando ancora lo sport non era un empireo di stelle fisse per lo più inavvicinabili: il suo rifugio erano gli amici di sempre, i pranzi con divisi con Alberto Bolaffi, terzo in ordine di successione di una dinastia di una prestigiosa bottega filatelica torinese, e Gpo, il nostro Gpo, quel Gian Paolo Ormezzano che ha condiviso con le nostre pagine mezzo secolo di racconti sportivi: li dividevano pochi anni si erano conosciuti a scuola al liceo Cavour, sono tornati a casa insieme da quell’Olimpiade sull’utilitaria di Gpo, con tanto di multa presa a Genova, perché è esistito un mondo, così, senza filtri in cui il campione olimpico poteva tornare a casa dai Giochi così, scarrozzato dall’amico cronista, cui non poteva rivelare segreti perché tra gli amici di una vita non ce ne sono mai. Quei pranzi sono durati finché morte non li ha separati prima di riunirli il 9 agosto in qualche angolo di cielo.

Incontrarli davanti a un caffè in una notte olimpica torinese del 2006, loro due ormai attempati signori, a scambiarsi battute al bancone è stato come entrare nella storia e toccarla con le mani e domandarsi se era fosse tutto vero (i due fenomeni lì ognuno nel suo campo e l’Olimpiade a casa loro) e non uno scherzo di quelli che sanno fare i sogni.

Sapevano anche loro che quel mondo, che avevano vissuto, era perduto per sempre e avevano sempre un po’ paura, davanti a chi non era arrivato in tempo, di dar l’idea di averlo un po’ sognato con le lenti rosa della loro meglio gioventù.