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Nicola Marfisi*2025
Sulla neve il rumore è ovattato, come se il mondo avesse deciso di parlare piano per non disturbare i sogni. Poi arriva una risata, uno sci che taglia il bianco, un maestro che incoraggia, un ragazzo che guida un altro ragazzo. E capisci che non è solo sport: è un patto silenzioso tra fiducia e coraggio. Ai 1.700 metri di altitudine dei Piani di Bobbio (Lc), la prima edizione degli Inclusive Winter Games della Nostra Famiglia di Bosisio Parini (9-11 febbraio), ha avuto il sapore delle imprese gentili. Quelle che non finiscono sui podi ma restano addosso.


«Mi piace sentire la neve fresca che scorre sotto». Giulia ha nove anni appena compiuti e un compleanno festeggiato sugli sci. Lo dice con la naturalezza di chi non sa di star pronunciando una piccola poesia. Poco distante, Eleonora, undici anni, occhi accesi e una vita già piena di tentativi riusciti, sintetizza tutto con un sorriso: «Il dual ski mi è piaciuto tanto». In queste frasi brevi c’è il senso intero di tre giorni di sport, cura e relazione: la scoperta di un mondo che prima era cartolina e ora è esperienza.


Quarantacinque ragazzi con disabilità seguiti dall’istituto sanitario, quarantacinque studenti di due scuole del territorio formati per essere guida, maestri di sci a condurre il dual ski come si tiene il timone di una barca fragile e preziosa. Una danza sulla neve dove nessuno è zavorra e nessuno è eroe solitario. È sport, sì, ma è anche educazione sentimentale collettiva, grammatica concreta del “fare insieme”. Accanto a Giulia c’è la mamma Emanuela, arrivata da Collegno (To). La sua è una storia che non cerca pietà ma verità: una malformazione cerebrale alla nascita, crisi epilettiche, un intervento a cinque mesi che le ha salvato la vita ma le ha tolto la vista, l’ipotono, la fatica quotidiana del cammino. «Non siamo mai stati sulla neve. Vederla divertirsi così è un’emozione».


La famiglia di Eleonora invece arriva da lontano, Bielorussia. Oggi vive a Milano e lei ha nell’acqua la sua seconda pelle. Nuota da agonista, gareggia, ha provato quasi tutti gli sport. La mamma Tatiana racconta con una gratitudine che ha il passo lento delle cose importanti: «Quando aveva otto mesi non gattonava. Poi il carrellino, poi i passi, ora anche sciare. È una meraviglia». Lo sport qui non è performance, è alfabetizzazione alla fiducia, è il diritto di tentare. A guidare Eleonora c’è Carolina, studia al Liceo Bachelet di Oggiono (Lc). «Abbiamo scoperto un mondo», dice. E in quel “noi” c’è una generazione che impara a stare accanto alle persone, non alle disabilità. Ragazzi che temevano di non essere all’altezza e che invece si sono rivelati fratelli maggiori. Nessuna lezione frontale né teoria: solo corpi che si muovono insieme e sguardi che si allargano. Qui non si celebra chi arriva primo, ma chi ha deciso di esserci, di scendere, di provare.


È una rivoluzione silenziosa: partecipare non è il minimo sindacale, è il cuore dell’impresa. Dietro la leggerezza delle discese c’è una macchina organizzativa fatta di competenze e dedizione. Francesca Pedretti, direttrice generale regionale de La Nostra Famiglia, racconta due anni di preparazione: «Gocce di bene che hanno creato un fiume». Scuole coinvolte, équipe costruite con genitori e sanitari, sopralluoghi nei weekend per rendere accessibili i campi gara. «Mi commuove la gratuità con cui tanti operatori hanno donato il loro tempo libero». E cita il beato Luigi Monza: «Le cose ben preparate rendono meglio». Qui non si è fatto qualcosa di straordinario, ma «straordinariamente bene le cose ordinarie». È una differenza che pesa più di un oro olimpico. Il dottor Luigi Piccinini, fisiatra e ideatore dell’iniziativa, sposta il discorso sul crinale dove medicina e gioco si tengono per mano: «Da anni integriamo i trattamenti riabilitativi con quelli sportivi. Lo sport diventa trattamento, ma divertente». Non è retorica terapeutica, è pratica clinica che si fa esperienza.


Canottaggio, volley integrato, baskin, calcio seduti. E poi la neve, che per tanti era una fotografia lontana. «Molti bambini non l’avevano mai vista. Qui trovano un ambiente già magico e attività che non pensavano di poter realizzare. L’obiettivo non è fabbricare campioni, ma accendere scintille interiori». Daniela Maroni, presidente dell’Associazione genitori, usa un’immagine netta: «Lo sport è una medicina meravigliosa per il ragazzo e per la famiglia». Parla di sollievo, di gratuità per tutti resa possibile da una raccolta fondi, di genitori che vedono i figli interagire con coetanei preparati anche psicologicamente. «Questi studenti delle scuole di Oggiono (Lc) ed Erba (Co) avranno qualcosa in più nel loro essere cittadini del mondo di oggi e di domani».


Le tracce sulla neve il vento le cancellerà. Quelle lasciate dentro, no. E forse il senso ultimo di questi Inclusive Winter Games sta proprio lì: ricordarci che il podio più difficile non è quello olimpico, ma quello invisibile della vita quotidiana, dove si sale un passo alla volta, spesso senza pubblico, ma con una medaglia che vale più di tutte: quella di averci provato, insieme.
Foto di Nicola Marfisi





