C’entri o meno il suo personalissimo patto con Sant’Antonio da Padova, il tempo non ha scalfito di un’oncia la limpidezza e la vivacità degli occhi chiari di Riccardo Patrese. È ancora l’italiano con più partenze nella storia della Formula 1 mentre le circostanze nel 2026 gli hanno apparecchiato un duello a distanza con Kimi Antonelli. Patrese era il secondo italiano più vincente con 6 Gran Premi vinti, dopo Alberto Ascari, lassù con 13. È stato eguagliato da Antonelli a Monte Carlo a giugno e, poi, superato in Belgio.

Immaginandolo in pista questo duello, Riccardo Patrese lo ha vissuto a sportellate come avrebbe fatto con Mansell ai tempi, o con atteggiamento diverso?

«Se avessi cinquant’anni di meno avrei fatto a sportellate come allora per non far passare Kimi, ma ne ho 72 ed è tutto diverso. Ascari è stato l’unico italiano a vincere il Mondiale negli anni Cinquanta, adesso, 70 anni dopo, ci siamo vicini con Kimi. Ci abbiamo provato Alboreto e io, siamo arrivati secondi, però adesso Kimi ha una grande chance e da mesi punto su di lui per il titolo 2026, lo conosco da quando era piccolo e correva nei kart con mio figlio. Si capiva che aveva una marcia in più».

Ha scritto da poco per Rizzoli un libro intitolato Da Niki a Kimi. Coraggio tecnica e passione nella F1 di ieri e di oggi. Il talento in Formula 1 è rimasto lo stesso anche se le macchine e la tecnologia sono diverse?

«Per diventare piloti di altissimo livello come Kimi, Hamilton o Verstappen ci vuole lo stesso talento che serviva alla mia epoca. Oggi c’è molto più aiuto dall’esterno: questo non cambia il percorso dei migliori che hanno una marcia in più, ma aiuta molto i talenti medi a poter guidare una monoposto da Formula 1, come in passato non sarebbe stato possibile. Allora non c’era neanche la radio in macchina, dovevi farti le tue esperienze personali per migliorare e arrivare a guidare monoposto difficili, che nessuno ti poteva spiegare».

Ha vissuto con Mansell quello che vediamo tra Russell e Antonelli: quanto è complicato per una scuderia gestire due piloti che si disputano il mondiale?

«La Mercedes quest’anno ha una superiorità tale che non ha avuto bisogno di dare ordini di scuderia. Toto Wolff si è coltivato Russell e Antonelli da quando erano nelle Formule minori, sono due suoi pupilli, credo che per lui non faccia differenza che vinca l’uno o l’altro, anche se, per come è stato massacrato di critiche l’anno scorso dopo aver proiettato subito Kimi su una macchina di Serie A, la vittoria finale di Antonelli sarebbe una rivincita».

Lei ha rischiato di mettersi in gioco a 40 anni come Hamilton, come si pone emotivamente nei suoi confronti?

«Nell’ultimo periodo, in Mercedes, Lewis mi ha convinto di essere un grande pilota e mi è simpatico nella sua stravaganza. I suoi sette titoli mondiali e l’esperienza maturata in grandi scuderie come Mercedes e McLaren, hanno sicuramente contribuito ad aumentare la competitività della Ferrari e, dato che Hamilton non manifesta intenzione di smettere, chissà che il prossimo anno non riesca ad avvicinarsi ancora di più all’ottavo titolo. Anche Leclerc che ha avuto attimi di frastornamento, appena ripresa consapevolezza della tenuta della sua macchina, è tornato fortissimo».

Domanda da un milione di dollari: quanto incide il pilota e quanto la macchina?

«Sempre di più la macchina, ma ai miei tempi quando chi la guidava poteva contribuire di più alla messa a punto, la macchina poteva pesare per un 60%, oggi una macchina esce pronta dalla galleria del vento con tutti gli input dell'elettronica inseriti, è un lavoro da ingegneri. E con i pit la strategia di scuderia pesa molto. Poi a parità di tutto vince ancora il pilota, ma oggi è più esecutore e meno collaudatore rispetto ai miei tempi».

È vero che ha rischiato di lasciare dopo la morte di Elio De Angelis nel 1986?

«Risalire in macchina dopo è stato difficile, era il mio compagno di squadra e dovevo esserci io su quella macchina per quel test. Mi aveva chiesto lui di farlo al posto mio. Mi ha aiutato Bernie Ecclestone con parole che mi hanno rinfrancato, ma è stata dura».

È vero che è stata la morte di Senna a convincerla a lasciare nel 1993?

«Ayrton era mio amico, era tutto pronto perché facessimo dei test insieme, dalla settimana successiva, per aiutare la scuderia a migliorare la macchina. Ma un conto è fare il collaudatore altro e sostituire un pilota che muore in corsa: a quasi 40 anni, dopo aver rischiato tante volte, ho avuto un pensiero che non mi era mai passato prima: mi sembrava di sfidare la sorte».

È l’italiano con più gran premi corsi e ha sfiorato il mondiale. Ha rimpianti guardando indietro?

«Nessuno, li hai se ti trovi al bivio costretto da altri o dalle circostanze a fare una scelta diversa da quella che vorresti. Ho fatto da solo tutte le scelte delle sliding doors della mia vita. Potevo essere più fortunato e vincere il Mondiale? Forse. Ma avrei potuto essere più sfortunato e non essere qui raccontarlo. Devo solo dire grazie a Sant’Antonio».

Perché proprio a lui?

«Sono di Padova, la Basilica del Santo quando avevo studiato poco era il posto migliore per marinare la scuola, senza farsi beccare dalla mamma insegnante. Andavo in chiesa e studiavo quello che avevo lasciato indietro. Ma intanto un po’ dialogavo con Sant’Antonio. Poi ho cominciato a correre, e quando andavo a sbattere tornavo a ringraziarlo per la mia incolumità. Siamo rimasti in confidenza. Quando vado a salutarlo, lo chiamo Toni».

Nella sua F1 si rischiava a ogni gara. Che cosa ha lasciato questa esperienza un po' estrema alla sua visione della vita? «La resilienza, la determinazione e la motivazione, cose che valgono anche nella vita di tutti i giorni: non ci si può mai adagiare, bisogna sempre mettersi in gioco».

(Intervista uscita su Famiglia Cristiana n.23)