Non sarebbe piaciuto a Sandrino Mazzola, quello sgarbo delle spalle voltate al minuto di silenzio, previsto in tutti gli stadi di tutti gli sport in segno di lutto: sorrideva di sé stesso quando bambino, per mano a suo padre Valentino entrava al Filadelfia guardando in cagnesco il bambino suo omologo juventino. A sei anni avrebbe imparato che non vale la pena di voler male per un pallone, ci pensa già la vita a ferire senza rimedio.

Dispiacergli era lo scopo di quei pochi (dai quali hanno preso le distanze la società Juventus e il tecnico bianconero) che in curva allo Juventus stadium hanno dato le spalle al minuto di silenzio in memoria del Baffo: dispiacergli, dispiacere a chiunque lo abbia avuto caro: sfregiare in morte lui e i suoi natali, lordare insieme la memoria sua, perché interista, e insieme quella di suo padre Valentino, capitano del Grande Torino.

Ancora meno, però, sarebbe piaciuto a un signore come Gaetano Scirea, di cui quella curva s’è presa a lungo il nome senza esserne all’altezza, sentire il proprio nome gridato assieme a quello di Gianni Agnelli e di Andrea Fortunato, per coprire il silenzio che avrebbe dovuto onorare la memoria di Sandro Mazzola. Chi lo ha tirato in mezzo in questo gesto dà l’idea di nulla sapere della memoria che finge di contrapporre: Gaetano Scirea in vent’anni di calcio non ha mai offeso nessuno, né l’arbitro, né l’avversario, neanche mai ha compiuto, un’entrata scorretta: 700 partite in serie A e zero cartellini rossi. Ed era quella la cifra della sua grandezza anche tecnica perché bisogna essere tecnicamente bravi, oltreché galantuomini, per difendere, da liberi, senza mai falciare. Scirea era sopra media per dotazione tecnica e tempra umana, un timido garbato che si è preso quando era già campione del mondo, il diploma magistrale per onorare la promessa fatta al padre. Si può solo immaginare, se sapesse, la vergogna di sentirsi usato e abusato, così, a sua insaputa come strumento della scorrettezza, come un manganello, lui così pacifico, per colpire l’avversario caduto.

Davanti a questo vuoto, perché di vuoto si tratta, si svuota anche il vessillo che sempre compare nella curva juventina: «+39, sarete sempre con noi», in memoria dei 39 morti juventini all’Heysel nel 1985, la notte che ha trasformato l’unica Champions vinta dalla Juventus in una notte di lutto. Come non capire che sfregiare i morti degli altri è sfregiare anche i propri, ritirarli dentro un agone che legittima chi domani li insulterà.

C’era Scirea, quella notte, era il capitano della Juventus, si portò dentro un dolore vissuto con pudore: «Qualche volta», ci raccontò il fratello Paolo nel 2019, attorno al trentesimo della morte di Gaetano, «ho provato a chiedergli della notte dell’Heysel, ma non ne parlava volentieri, aveva fatto il suo dovere di capitano spiegando al microfono che si sarebbe giocato per ragioni di ordine pubblico, ma il dolore di quella notte se l’è tenuto dentro».

Davanti a quelle schiene voltate viene in mente un verso di Nel vero anno zero di Vittorio Sereni: Tutto ingoiano le nuove belve, tutto – si mangiano cuore e memoria queste belve onnivore. A balzi nel chiaro di luna s’infilano in un night.

Ma la poesia non dev’essere troppo frequentata dalle parti delle curve.