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Jannik Sinner posa con il trofeo di Roma con il suo staff.
«Abbiamo dovuto fare le cose un po' diversamente arrivando a Roma (dopo le vittorie consecutive di Indian Wells, Miami, Montecarlo e Madrid ndr ). A Jannik Sinner «abbiamo dato tre giorni interi di riposo subito dopo la finale di Madrid, cosa molto rara per lui perché odia prendersi giorni di pausa dal tennis. Quindi abbiamo dovuto praticamente obbligarlo a mettere via le racchette, a non pensare di giocare a tennis, e far riposare il corpo per tre giorni. Abbiamo giocato un po' a golf, abbiamo fatto un po' di calcio, abbiamo cercato davvero di far riposare la mente e il corpo. E quando è tornato in campo era pronto a ripartire».
Queste parole pronunciate da Darren Cahill nel Vlog del canale ufficiale di Jannik Sinner su Youtube danno l’idea dell’approccio porfessionale del numero uno al mondo del tennis mondiale e anche di quanto pionieristico per certi versi sia allenare un numero uno che arriva a livelli “sconosciuti”, che si trova cioè in situazioni psico-fisiche mai sperimentate prima da altri: il caso di Sinner dopo Madrid.


Serve un rapporto di grande fiducia in uno staff per lavorare a questi livelli, occorre che il giovane campione che è il datore di lavoro di tutti sappia anche ascoltare e affidarsi, non soltanto imporsi. Altre volte Jannik sottolineava che questo rapporto nasce dal fatto che chi fa parte dello staff sappia dire la verità anche se è scomoda, non soltanto compiacere. La condiscendenza non è mai un buon affare per chi sta al vertice, neppure se si tratta del numero uno di uno sport individuale.


Delle parole di Cahil sul rapporto con il lavoro e con il riposo è stato chiesto conto a Jannik Sinner nella conferenza stampa seguita all’incontro d’esordio di Parigi vinto in modo perentorio contro il francese Clement Tabur. Il campione ha risposto con saggezza: «Il riposo fa parte dell’allenamento, la scia è importante per arrivare bene più tornei possibile. Io amo stare in campo, ho capito l’importanza di fare palestra, dove prima facevo più fatica ad allenarmi, anche mentalmente. Ora so cosa devo fare, fa parte del gioco, sto capendo anche io. Sono felice quando non tocco la racchetta, però ripeto, questo fa parte dei 24 anni. Devi avere una minima guida, sono consapevole di quanto sia cresciuto, è importante avere questo team, senza di loro non sarei qua»
Anche questo è un progresso. Nel 2022, nel suo tennis un’era geologica fa, a Icon Magazine, Sinner raccontava di sé: «Uscivo dal campo distrutto, ma carico a mille e orgoglioso grazie alle lezioni che avevo imparato dai maestri. Ho un senso del dovere molto forte, che mi hanno insegnato i genitori. Mamma cameriera e papà cuoco in un rifugio, entrambi hanno fondato il loro mestiere sulla disciplina ferrea e mi hanno educato a portare a termine con impegno e onestà ciò che inizio. Costi quel che costi».
Evidentemente questo senso del dovere “asburgico”, che fa dire continuamente a Sinner «devo migliorare» anche dopo tutti i record, è ancora una delle cifre della sua continuità e dei progressi che il campione stesso ritiene non potranno dirsi compiuti fino ai 27-28 anni, età della maturità atletica. Ma Darren Cahill c’è anche per dare i giusti
tempi, non soltanto al corpo ma anche alla mente. Diversamente si scoppia. A pensarci bene vale anche per lo studio: non è consumando notti sui libri, tenuti svegli a caffè, per poi dormire a lezione il giorno dopo che si costruisce un efficace percorso universitario. C’è un momento alla vigilia di un esame, in cui serve la saggezza di chiudere i libri perché l’adrenalina non diventi panico.
IL RUOLO DI DARREN CAHILL
Un anno fa dopo la finale persa da Sinner a Parigi in cinque set con tre match point il super coach spiegava così il proprio ruolo: «non è quello di allenatore principale. Il coach principale è Simone (Vagnozzi, ndr.). Il mio ruolo è legato alla pianificazione delle partite, gli aspetti tecnici ed emotivi e direi che quest'ultima parte è quella che seguo di più».
In molte occasioni la calma di Cahill è sicuramente servita ad alleggerire più che ad aggiungere. Ogni campione in questo è diverso e il miglior allenatore è quello che nel rapporto individuale sa plasmarsi aderendo alle necessità del campione, che possono essere diverse per ciascuno: a costo di togliere la racchetta di mano a chi rischia di eccedere per senso del dovere e finire in superallenamento, fino al cortocircuito fisico e mentale o viceversa a prendere per le orecchie chi, ancorché al vertice, tenda a scantonare. Ma non è questo il caso, Sinner funziona bene proprio con Cahill perché ha l’autorevolezza di alleggerire l’inflessibile allenatore interiore che, senza di lui o senza uno della sua pasta, ordinerebbe a Sinner di non uscire mai dalle righe del campo.




