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Erling Haaland e compagni al Mondiale Usa-Canada-Messico
La Norvegia aveva già fatto notizia per il primo posto in medagliere ai Giochi invernali di Milano Cortina 2026, 5,3 milioni di abitanti poco più di metà della Lombardia, davanti agli Stati Uniti, secondi, con 341 milioni di abitanti. Ma l’effetto Haaland, con la regata vichinga, e la sconfitta inflitta al Brasile agli ottavi di finale del Mondiale di calcio è un’altra cosa, non ci sono di mezzo sci di fondo e trampolini, il core business sportivo della Norvegia, e il risultato fa più clamore. Mentre intanto, Torstein Traeen transita in maglia gialla a Tour de France.


Ma non è sempre stato vero che la Norvegia ha dominato gli sport della neve, anzi è stato proprio un flop olimpico a Calgary 1988, un misero 12° posto con la miseria di cinque medaglie e zero ori, a contribuire, anche se non a determinare (era iniziata prima) alla revisione della formazione e della politica dello sport. Storicamente la Norvegia ha dominato il medagliere olimpico invernale fino ai primi anni Cinquanta.
Dal 1956 al 1984 è rimasta tra il terzo e l’ottavo posto, il primo era diventato impraticabile per lo strapotere organizzativo (in ogni senso) e organizzativo dell’Urss. E poi la débâcle, quel 12° posto nel 1988. Rimediato quattro anni dopo. Di lì tutto è salito attorno a un secondo posto stabile diventato primo a Milano Cortina.


Una rondine è vero non fa primavera neanche in negativo e dunque non c’è la controprova per dire che Calgary non sia stata solo un incidente di percorso, ma è vero che qualcosa di significativo è cambiato attorno a quella data nello sport norvegese e nella sua organizzazione soprattutto a livello giovanile, anche se quella disfatta non è stata davvero l’innesco, come prova la cronologia.
LA SVOLTA NEL 1987
Nel 1987, in anticipo di due anni sulla Convenzione Onu dei Diritti del Fanciullo (1989), la Norvegia ha stilato una carta dei diritti del bambino nello sport. adottata per la prima volta dall'Assemblea Generale nel 1987 e successivamente rivista nel 2007, 2015 e 2019: tra le cose che si fanno notare in questa carta c’è il diritto dei bambini a pianificare il loro sport, ossia a decidere liberamente a quali e quanti sport partecipare, quanto allenarsi, e conservare il diritto a farlo quanto gli altri anche qualora decidano liberamente di non partecipare a competizioni. Salvaguardato anche il diritto a cambiare squadra in corso di stagione senza vincoli né penalizzazioni.
NIENTE CLASSIFICHE UFFICIALI FINO A 11 ANNI
È un sistema che privilegia il benessere e l’inclusione e incoraggia a sperimentare diversi sport, senza favorire la specializzazione precoce. Le gare ci sono anche a livello giovanile, a partire dai sei anni, ma medaglieri, classifiche e risultati ufficiali sono ammessi solo a partire dagli 11 anni, «se appropriati». E prima del compimento dei 12 anni è possibile partecipare a competizioni dal livello nazionale in su e a livello regionale solo dai nove anni.
«Questi diritti e prescrizioni», si legge nel documento, «sono uniche a livello globale e sono state create per aiutare i bambini ad avere una esperienza positiva per tutto il tempo in cui partecipano ad allenamenti, competizioni, attività. Quando fanno sport, devono vivere un ambiente amichevole, sentirsi sicuri, sperimentare cose nuove non avere paura di sbagliare. I bambini sono bambini, non adulti in miniatura».
Questo sistema in quasi quarant’anni ha fatto crescere lo sport norvegese, lo ha portato a emergere in diverse discipline, incoraggiando la partecipazione allo sport come divertimento soprattutto avendo presente il concetto di trattenere i ragazzi nello sport, salvaguardando il loro benessere emotivo come prima cosa. Il successo anche agonistico è stato molto probabilmente una conseguenza anche di questo, se non proprio un effetto collaterale desiderato.
IL RISCHIO DI TORNARE INDIETRO
Nel 2025 Cristiano Thue Bjørndal e Lars Erik Espedalen In un articolo pubblicato su Sport, Ethics and Philosophy il 28 ottobre 2025, intitolato From acceleration to resonance: reimagining Norwegian youth sport in a rapidly changing world, hanno denunciato una inversione di tendenza su pressione del mondo globale: «Negli ultimi anni», scrivono, «tuttavia, questo equilibrio è stato rimodellato dalla professionalizzazione, dalla mercificazione e dalla competitività globale. Le federazioni nazionali e gli attori privati hanno introdotto percorsi di sviluppo più formalizzati, allenamenti e competizioni durante tutto l'anno, identificazione e selezione precoci e programmi scolastici sportivi selettivi. Mentre queste iniziative mirano a migliorare la qualità e a sostenere i giovani di talento, segnalano anche un passaggio dall'etica del volontariato a sistemi più orientati alle prestazioni, stratificati e che richiedono più tempo. Di conseguenza, il successo e i risultati misurabili sostituiscono sempre più il gioco, le amicizie e il divertimento, e sono collegati a stress, esclusione, burnout e infortuni».





