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C’è un momento, nelle vite fragili, in cui tutto sembra già deciso. Il quartiere dove nasci, le compagnie che incontri, le scorciatoie sbagliate che appaiono inevitabili. È lì, in quella crepa invisibile tra ciò che sei e ciò che potresti diventare, che spesso entra lo sport. Non quello delle televisioni, dei milioni e delle celebrità, ma quello delle palestre di periferia, dei pullman presi all’alba, degli educatori che aspettano un ragazzo anche quando quel ragazzo sembra aver smesso di aspettare sé stesso.
Da quindici anni Sport Senza Frontiere ETS prova a stare proprio dentro quella crepa. E il convegno che il 14 maggio celebrerà all’Università Roma Tre questo anniversario non sarà soltanto una ricorrenza istituzionale. Sarà, soprattutto, il racconto di un’idea diventata realtà: lo sport non come passatempo, ma come diritto e strumento educativo.
Quando nel 2023 la Costituzione italiana ha inserito nell’articolo 33 il riconoscimento del valore educativo, sociale e del benessere psicofisico dell’attività sportiva, l’associazione lavorava già da oltre un decennio nelle periferie di Roma, Napoli, Milano e Torino. Là dove fare sport, per molte famiglie, è ancora un lusso.


La forza di Sport Senza Frontiere non sta soltanto nei numeri — 228 società sportive affiliate in otto città italiane — ma nella natura del suo modello. Perché qui il campo sportivo è solo l’inizio. Attorno ai ragazzi si costruisce una rete: educatori, psicologi, mediatori culturali, insegnanti, famiglie. Una comunità educativa che accompagna i minori nei territori più fragili.
È significativo che al centro del convegno ci siano soprattutto le storie. Non “i beneficiari”, come spesso vengono chiamati con linguaggio burocratico, ma i ragazzi stessi. Saranno loro a prendere la parola. A raccontare cosa accade quando qualcuno ti guarda non come un problema da gestire ma come una possibilità da far crescere.
Tra queste storie ce n’è una che arriva dalla periferia est di Napoli, da San Giovanni a Teduccio. Francesco ha vent’anni e oggi è vicecampione italiano Youth dei pesi massimi. Ma il punto non è la medaglia d’argento conquistata ai Campionati italiani del 2024. Il punto è tutto ciò che c’era prima.
«Intorno a me vedevo esempi sbagliati e pensavo che quello sarebbe stato anche il mio destino», racconta. Una frase semplice, ma capace di descrivere il fatalismo sociale che spesso abita le periferie: la convinzione che il proprio futuro sia già scritto.


Poi arrivano gli incontri. Il maestro Alfredo Veneruso. Salvatore, l’educatore. Valeria, coordinatrice del progetto. E arriva il pugilato grazie al progetto Joy di Sport Senza Frontiere. Francesco scopre la disciplina, il rispetto, la fatica. Soprattutto scopre che la rabbia può essere governata e trasformata.
Le sue parole sul ring hanno qualcosa di quasi letterario: «Cerco di convincermi che l’avversario sia il mio nemico, che rappresenti tutto il male che ho vissuto. Poi salgo… e la paura resta, ma quando suona la campanella sparisce tutto».
Dentro quella frase c’è molto più dello sport. C’è il tentativo di dare una forma al dolore, di addomesticare il caos interiore, di trasformare la violenza subita o respirata in energia disciplinata. È uno dei grandi paradossi educativi del pugilato: imparare a combattere per smettere di distruggersi.
Francesco oggi continua a studiare, lavora d’estate come muratore, sogna forse una carriera da pugile professionista o da maestro. Ma soprattutto è diventato un esempio nel quartiere. Altri ragazzi hanno iniziato pugilato guardando le sue medaglie. Altri si sono avvicinati allo sport vedendo che una strada diversa era possibile.
È così che si misura davvero l’impatto sociale di un progetto: non soltanto nel ragazzo salvato, ma nella possibilità che quel ragazzo diventi a sua volta un punto di riferimento per altri.
Anche la storia stessa di Sport Senza Frontiere nasce quasi per caso, nel 2008, attorno a una mostra fotografica sulle Olimpiadi di Pechino. Alcune fotografie destinate al macero diventano il motore di un’asta benefica. Con quei primi fondi vengono iscritti cinque bambini delle periferie romane a corsi gratuiti di pentathlon. Cinque bambini appena. Ma le trasformazioni autentiche spesso iniziano così: in modo minuscolo, quasi invisibile.


Negli anni non sono mancate resistenze. Quando alcuni bambini rom furono inseriti in una squadra di rugby a Roma Nord scoppiarono proteste tra i genitori. L’associazione rispose con il dialogo, con la pazienza educativa, con la presenza. Un anno dopo, uno di quei bambini era capitano della squadra Under 12. E gli stessi genitori che avevano protestato raccoglievano fondi per comprare libri scolastici ai compagni rom.
È forse questa la vittoria più importante dello sport sociale: non produrre campioni, ma cambiare sguardi.
In un tempo in cui il disagio giovanile cresce, le periferie si allargano e la povertà educativa diventa sempre più ereditaria, esperienze come Sport Senza Frontiere ricordano una verità elementare che troppo spesso dimentichiamo: nessun ragazzo si salva da solo. Serve qualcuno che lo aspetti, che lo accompagni, che continui a credere in lui anche quando lui stesso ha smesso di farlo.
E allora il ring, il campo da calcio o la palestra smettono di essere semplici luoghi sportivi. Diventano presìdi umani. Luoghi dove qualcuno, finalmente, ti insegna che il destino non è una condanna.




