«Questo è il prezzo della nostra dignità». Sono le parole postate su Instagram da Vladyslav Heraskevych poco dopo aver ricevuto il verdetto del CIO che lo ha eliminato dai Giochi olimpici. Eppure, in patria, lui ha già vinto. Per gli ucraini è un eroe. Il 27enne campione ucraino di skeleton, portabandiera della squadra ucraina, arrivato alla sua terza Olimpiade, avrebbe dovuto gareggiare il 12 febbraio, ma è stato estromesso dai Giochi per non aver accettato di scendere in pista senza indossare il “Casco della memoria”, con impresse le foto dei volti di ventiquattro atleti e atlete ucraini vittime della guerra su vasta scala. Fra loro, anche civili morti sotto gli attacchi russi, ed ex atleti che avevano lasciato la loro carriera sportiva per unirsi alle forze armate ucraine dopo l’invasione russa.

«Non volevo creare uno scandalo con il Comitato olimpico, e non l’ho creato io. Il CIO lo ha creato con la sua interpretazione delle regole, che molti vedono come discriminatorio». Queste erano state le parole pronunciate da Heraskevych, in un video social da Cortina d’Ampezzo, prima della decisione del CIO, che gli aveva proposto di gareggiare con una fascia nera al braccio al posto del “Casco della memoria”.

Ma lui non ha voluto scendere a compromessi, sapendo bene che rischiava di ritrovarsi fuori dai Giochi. E così è stato. L’atleta ucraino ha affermato che il suo non era un messaggio politico, ma un gesto per ricordare, per onorare la memoria di atleti morti. E ha sostenuto che, quindi, la sua non sarebbe stata una violazione della regola 50 della Carta olimpica, che vieta «ogni tipo di manifestazione o propaganda politica, religiosa o razziale».

Il \\\"Casco della memoria\\\" mostrato da Vladyslav Heraskevych
Il \\\"Casco della memoria\\\" mostrato da Vladyslav Heraskevych

Il "Casco della memoria" mostrato da Vladyslav Heraskevych

(REUTERS)

L’intero team olimpico ucraino ha sostenuto la scelta del loro atleta, che oggi è apparso davanti al Tribunale arbitrale dello sport a Milano per fare appello contro la decisione del CIO. Certamente, la vicenda di Heraskevych una dimensione politica l’ha assunta in patria: il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha difeso l’atleta, ha parlato del suo casco come di «un segno di rispetto e di memoria. È un monito al mondo intero su cosa sia l'aggressione russa e quale sia il prezzo della lotta per l'indipendenza». E lo ha insignito di un’importante onorificenza, l’Ordine della libertà.

Tante aziende nel Paese hanno lanciato raccolte fondi in favore del campione. In questi giorni, sui social ucraini, la sua storia è virale. «Per me il sacrificio delle persone raffigurate sul casco significa molto di più di qualunque medaglia, perché loro hanno donato la cosa più preziosa che avevano. E un chiaro e semplice rispetto nei loro confronti è esattamente ciò che voglio dare», ha scritto l’atleta su Instagram.

Aldilà delle discussioni sulla valenza politica o meno del suo messaggio ai Giochi, la scelta di Heraskevych – gareggiare con il “Casco della memoria” – e la sua fermezza morale hanno acquisito una forte valenza simbolica. In un momento particolarmente duro e sofferto per l’Ucraina, martoriata dal rigore di un inverno implacabile e dagli incessanti bombardamenti russi che continuano a colpire le infrastrutture energetiche in tutto il Paese e a fare vittime - mentre si svolgono i Giochi di Milano-Cortina e a dispetto della Tregua olimpica invocata da una risoluzione delle Nazioni unite -, la vicenda di Heraskevych è diventata per tanti ucraini un esempio di coraggio, resistenza e umanità.

E ha permesso di puntare i riflettori sulle difficili condizioni dello sport e degli atleti in Ucraina durante la guerra. Nel suo video sui social, Heraskevych aveva lanciato un appello: in segno di solidarietà, fornire generatori di corrente alle strutture sportive ucraine che stanno subendo bombardamenti ogni giorno. In molte zone del Paese la guerra ha reso impossibile la pratica sportiva. Gli attacchi russi hanno danneggiato o distrutto più di 800 impianti sportivi e molti atleti, quelli che sono rimasti nel Paese, sono costretti ad allenarsi tra le macerie, in condizioni di insicurezza e precarietà.

Un complesso sportivo di un'università a Kyiv distrutto da un bombardamento nel 2024
Un complesso sportivo di un'università a Kyiv distrutto da un bombardamento nel 2024

Un complesso sportivo di un'università a Kyiv distrutto da un bombardamento nel 2024

(REUTERS)

Il progetto ucraino “Angels of sport”, che nasce come memoriale online realizzato dal Comitato dello sport in Ucraina, raccoglie più di 600 storie di atleti, atlete e allenatori - inclusi campioni mondiali, europei, pluricampioni nazionali di spor olimpici e non olimpici – che sono morti a causa della guerra. Come si legge nel sito, tremila sportivi stanno difendendo il Paese, quindici sono prigionieri, 400 i volontari attivi, ottanta sono i bambini, figli degli Angeli dello sport, rimasti orfani.

Fra i campioni vittime della guerra, nomi come quello di Yevhen Obedinskyi, ex capitano della squadra nazionale di pallanuoto, ucciso da un soldato russo il 17 marzo 2022 a Mariupol, durante l’assedio della città. Anche Makysm Kagal, 30enne campione del mondo di kickboxing, è morto a Mariupol, dove si era unito al battaglione Azov, cinque giorni dopo Obedinskyi. Atlete come Anastasia Honcharova, più volte camionessa nazionale di ciclismo, uccisa per la strada a Charkiv durante un bombardamento a maggio del 2022. E ancora la calciatrice della Premiere league ucraina Victoria Kotlyarova, rimasta uccisa in un massiccio raid aereo russo su Kyiv il 29 dicembre del 2023. Nell’attacco sono morti trenta civili, tra cui l’atleta e sua madre.