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Il ministro dei Giovani e dello Sport Andrea Abodi e il rapper Ghali in un montaggio da foto ANSA
Ghali e la cerimonia d’apertura di Milano Cortina 2026, che cosa sta succedendo? Come tante persone pubbliche Ghali, uno dei cantanti più amati dai giovani, ha le sue idee. Le ha espresse sul palco di Sanremo nel 2024, suscitando molto dibattito per aver manifestato il suo sostegno alla causa palestinese, parlando di genocidio. Non appena è stata resa nota la sua partecipazione tra gli artisti (altri già noti sono Andrea Bocelli, Mariah Carey, Laura Pausini…) alla Cerimonia d’apertura dei Giochi olimpici di Milano Cortina 2026 è scoppiato un polverone.
Il casus belli
Tutto è nato dalle parole del ministro dello sport Andrea Abodi all’evento della presidenza del Consiglio a margine della presentazione delle iniziative per il Giorno della Memoria. In risposta a Noemi Di Segni, la presidente dell’Ucei (Unione delle comunità ebraiche italiane), che aveva appena auspicato che «Ghali abbia ricevuto delle indicazioni o delle linee a guida», Abodi ha affermato: «La scelta degli artisti si associa anche alla scelta delle performance, sicuramente su quel palcoscenico, al di là del vissuto di ogni artista, non ci saranno equivoci sull'indirizzo di carattere ideale, culturale e anche etico». Per poi aggiungere sollecitato da una domanda: «Non mi crea alcun imbarazzo non condividere il pensiero di Ghali, ma ritengo che un Paese debba sapere reggere all'urto di un artista che ha espresso un pensiero che non condividiamo, che non sarà espresso su quel palco».
Le reazioni
Parole che hanno scatenato subito un dibattito politico d’opposto segno: da una parte il Movimento Cinque Stelle ha gridato alla «Censura preventiva» nei riguardi di Ghali, dall’altra la Lega ha dichiarato «sconcertante» la presenza del rapper italo-Tunisino alla cerimonia di apertura olimpica.
Come funziona davvero alle Olimpiadi
Un polverone che denota soprattutto una scarsa conoscenza dello specifico contesto della Cerimonia d’apertura olimpica. Diversamente gli uni saprebbero che non è il ministro a poter “censurare” Ghali perché non ne ha titolo, gli altri saprebbero che neppure avrebbe potuto, anche non gradendoli, metter becco nella scaletta degli invitati. L’Olimpiade e la Paralimpiade sono un luogo particolare e internazionale governato da delle regole e persino da una Costituzione, la Carta olimpica, che «stabilisce e richiama i Principi Fondamentali e i valori essenziali dell'Olimpismo». E vincola con diritti e obblighi reciproci «i tre principali componenti del Movimento Olimpico, ovvero il Comitato Olimpico Internazionale, le Federazioni Internazionali e i Comitati Olimpici Nazionali, nonché i Comitati Organizzatori dei Giochi Olimpici, tutti tenuti a rispettare la Carta Olimpica». Alla Rule 50 comma 2, la Carta olimpica recita: «Nessun tipo di dimostrazione politica, religiosa o di propaganda razziale è ammessa nei siti olimpici, campi di gara o altre aree).
Com’è nata la Rule 50
Ritenuta implicita prima, la norma è stata esplicitata a partire dal 1974 e progressivamente evoluta. A innescarla due fatti.
Il primo di fortissimo impatto e pacifico: la protesta sul podio dei 100 metri piani di Città del Messico 1968 di Tommie Smith e John Carlos che salirono sul podio a ricevere rispettivamente la medaglia d’oro e di bronzo, scalzi alzando il pugno sinistro guantato di nero a sostegno della causa dei neri contro la segregazione razziale negli Stati Uniti, il secondo, l’australiano biondissimo, Peter Norman, che portava una coccarda per sostenere loro e contemporaneamente dare in Patria un segnale contro la discriminazione degli aborigeni.
Il secondo estremamente cruento, a Monaco 1972, quando un commando palestinese prese in ostaggio la palazzina israeliana al Villaggio olimpico, provocando una strage: 11 atleti ospiti, un poliziotto intervenuto e 5 terroristi morti, cosa che spiega anche la delicatezza della questione israelo-palestinese ai Giochi. Quest’ultimo è stato l’evento che ha imposto alle Olimpiadi di lì in poi di lasciarsi alle spalle, per sempre, una parte della spontaneità, per consegnarsi a una sicurezza sempre più complessa ed economicamente onerosa, che non ci si può permettere di sottovalutare.
Limiti meno rigidi dopo Tokyo
La regola 50.2 dopo Tokyo 2020 si è un po’ allentata aprendo agli atleti spazi di libera espressione, in un mondo sempre più piccolo e sempre più complesso, dominato da commistione/pubblico privato. «Il Comitato Internazionale Olimpico», scrive Giorgio Sandulli docente di Sport e attori politici del corso triennale dell’Università di Genova in un saggio intitolato La rule 50 della Carta olimpica e il divieto di propaganda alla prova della società moderna, «si è trovato dunque a fronteggiare la difficoltà di preservare il principio, in realtà sempre più evanescente, di neutralità dello sport ma anche il naturale desiderio di garantire attenzione alla prestazione sportiva in sé. Come uomini di sport i membri del CIO ritengono che – a fronte di obiettivi sociali che possono anche essere legittimi, ma che restano personali e distinti – lo sport e nello specifico la manifestazione olimpica assume e deve rappresentare valori universali e generalmente condivisi, di cui il CIO appunto si fa naturale interprete, in concreto, attraverso l’esempio della condivisione del Villaggio Olimpico nel rispetto delle differenze individuali. Nella ricerca di un equilibrio sempre più precario, il CIO ha puntualizzato la centralità di pochi ma basilari principi tipici dello sport olimpico quali la non discriminazione e l’uguaglianza; ma al contempo non ha potuto non prendere atto della sempre più conclamata e affermata libertà di espressione».
Come funziona adesso
Nello specifico nel ribadire, anche in seguito a un referendum in cui la commissione atleti s’è espressa per il mantenimento, la rule 50.2, il CIO la ha però ristretta ad alcuni particolari contesti: le cerimonie di apertura, chiusura e consegna medaglie; durante le competizioni sui campi di gara, nel villaggio olimpico. Per il resto interviste e social si è liberi di esprimersi.
La cerimonia di Milano Cortina 2026
Difficile immaginare che il divieto che vale per gli atleti, non valga per il Comitato organizzatore, vincolato alla Carta olimpica, di cui la Cerimonia d’apertura è espressione. È vero che un ospite non fa parte del movimento olimpico e dunque non può essere sanzionato, ma dal momento che la Carta vincola il Comitato che lo chiama, è abbastanza prevedibile che la richiesta di tenersi nelle norme faccia parte delle regole di ingaggio. Marco Balich, direttore artistico della Cerimonia d’apertura, ha spiegato molto chiaramente l’intento di mandare aprendo Milano Cortina 2026 un messaggio di unità in un mondo diviso. Difficile immaginare che la scaletta e i relativi contenuti non rispecchino l’intento.
Tanto più che la Cerimonia d’apertura non è un mega Sanremo in cui uno prende il microfono e parla a braccio, ma in genere uno “spettacolo muto” che deve parlare mostrando a una babele di lingue, attraverso l’immagine e la musica, mentre le parole sono limitate ai discorsi protocollari.
I giochi e la politica
Quello che è certo, perché anche questo è parte delle regole dell’Olimpiade è che la politica di ogni colore, come tutti può criticare, ma non può interferire: non può dettare regole diverse da quelle che il Comitato olimpico nella sua internazionalità e indipendenza s’è dato; né nella scaletta degli ospiti alla Cerimonia nei suoi messaggi se non li gradisce. Perché questo rientra nei compiti del Comitato organizzatore nella sua autonomia, tanto è vero che i membri dei Governi alle Olimpiadi nelle cerimonie ufficiali possono solo sedere in tribuna e guardare ma non partecipare a nulla di protocollare, neppure alla premiazione degli atleti.
Se è vero, come è vero, che ci sono ipocrisie nell’unità olimpica, parte di un mondo reale in cui la violenza non conosce tregua, e nell’indipendenza dalla politica del mondo olimpico, dato che l’organizzazione dei Giochi da sempre in senso lato si intreccia con la ragion di Stato (lo dice la storia, da Berlino 1936 ai boicottaggi del 1976, 1980, 1984…) è anche vero che la Cerimonia è un evento ufficiale olimpico nel quale il Protocollo prevede la presenza di tutti gli attori del movimento olimpico in blocco, in mondovisione (previsti 2,2 miliardi di telespettatori per quella di Milano-Cortina 2026). Sarebbe un’ingenua pretesa che proprio lì si consentissero agli ospiti spontaneismi in contrasto con la Carta.









