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Jannik Sinner salta la rete al lancio della monetina prima dell''incontro con Miomir Kecmanovic.
Il calcio ha fatto delle maglie da trasferta, del tutto svincolate dai colori sociali, una colossale operazione di marketing, per cui si cerca di vendere le più disparate, variopinte, improbabili, seconde e terze maglie dopo aver venduto ai tifosi le prime, ufficiali, non proprio a buon mercato. La presenza di una maglia da trasferta nasceva dal fatto che toccava (e tocca alla squadra in trasferta, per esigenze televisive e di fruibilità del pubblico, cambiare livrea qualora ci sia il rischio che i colori delle due squadre si confondano tra loro), cosa che avveniva più spesso quando prima dell’avvento della Tv a colori, lo schermo era una notte in tutte le righe erano grigie facendo sembrare identici, sullo schermo in bianco e nero, il rosso del Milan e l’azzurro dell’Inter.
Nel tennis, con la rete in mezzo, questo problema non s’è mai posto e può benissimo capitare che due giocatori avversari entrino in campo con gli stessi identici colori addosso, magari perché quello è l’outifit, come va di moda dire ora in quel settore, che lo sponsor ha scelto per quella settimana. Questo anche quando in certi enormi catini chi guarda dall’alto vede la partita lontanissima. E guai a distrarsi per non confondersi.
WIMBLEDON E LA REGOLA DEL TUTTO BIANCO
E poi c’è Wimbledon, in cui la tradizione quando lo ritiene necessario manda a spasso anche gli sponsor: lì è d’obbligo che i giocatori scendano in campo vestendo di bianco. Lo sa bene anche papa Leone, da appassionato di tennis, che quando, eletto da poco ha incontrato Jannik Sinner, ha indicato sorridendo la veste recente e commentato: «Così forse a Wimbledon mi lascerebbero giocare».


Alludeva ovviamente alla regola del bianco, la stessa su cui ha scherzato Sinner all’esordio 2026, quando una macchia di sangue, causata da una piccola ferita al piede, gli ha tinto di rosso la scarpa: «Speriamo di non aver violato la regola del bianco», ha detto in conferenza stampa, memore anche della rigidità di un regolamento che non di rado causa grattacapi ai tennisti.


Nel 2013 per esempio Roger Federer fu sanzionato perché lo sponsor lo aveva fornito di scarpe tutte bianche ma con suola arancione. Al secondo turno dovette cambiarle.


UNA CONSUETUDINE NATA NELL’INGHILTERRA VITTORIANA
La regola del bianco ha radici che risalgono alle origini del più antico circolo del tennis al mondo, nato nel 1877 in piena epoca vittoriana: un periodo in cui si riteneva sconveniente che gli aristocratici signori e signore che si dilettavano di tennis esibissero in pubblico antiestetiche chiazze di sudore: il bianco almeno lo avrebbe reso meno visibile e avrebbe anche attirato meno i raggi del sole.
Era del resto un colore che di rado potevano permettersi di vestire le classi subalterne, poco compatibile con lavori di fatica e difficile da mantenere in ordine per l’epoca a chi non disponesse di una servitù. Il bianco era per certi versi connaturato a Wimbledon e al suo circolo ed è stato una consuetudine data quasi per scontata.
SCANDALO AL SOLE NEGLI ANNI SESSANTA: MARIA BUENO
È stato negli anni Sessanta che ha iniziato a porsi il problema di definire in modo molto dettagliato il total white che veniva spontaneo all’epoca dei pantaloni e le gonnellone lunghe.


Pietra dello scandalo fu Maria Bueno che nel 1962 entrata in campo con un perfetto abitino bianco che svelò al primo servizio, e relativo svolazzo di gonna, l’arcano di un double-face rosa shocking. Scandalo. E corsa ai ripari. Con regolamento scritto sul «prevalentemente bianco». Il perché dello scandalo lo ha spiegato nei giorni scorsi lo storico del tennis Rob Lake alla Bbc «Essendo un'organizzazione conservatrice (sia in senso stretto che informale), l'AELTC (All England Lawn Tennis and Croquet Club ndr.) avrebbe trovato le balze del suo vestito... di cattivo gusto e sconvenienti per una signora. Non erano certo al passo con i cambiamenti sociali che avvenivano al di fuori del club negli anni '60. A quel tempo – e fino agli anni '80 tutti i membri del comitato erano uomini. Rappresentavano «l'ordine costituito, con affiliazioni politiche e connessioni in altre istituzioni d'élite. Non erano certo disposti a promuovere progressi sociali che avrebbero potuto screditarli».
LE RIGHE DI BJORN BORG, IL BLU DI MARTINA NAVRATILOVA
Tra gli anni Settanta e Ottanta, quando l’abbigliamento sportivo iniziò ad essere un affare per gli sponsor, quel prevalentemente bianco cominciò a essere interpretato dalle aziende produttrici di magliette, gonnelline, e accessori vari, desiderose di differenziare i loro prodotti, in modo più lasco: nel 1976 Bjorn Borg alzò il trofeo con una maglia bianca a righine blu e colletto blu, e quattro anni dopo, addirittura con una casacca arancione sopra la maglia bianca.


Di lì si è cominciato a intuire che l’interpretazione del «prevalentemente» stesse diventando troppo larga di manica e iniziarono a riprendere i giocatori che “esageravano”. Negli anni Novanta a Martina Navratilova fu contestato un inserto blu nella gonna e nella maglia.


2014 UN DECALOGO (QUASI) DRACONIANO
Il regolamento attuale rigido e dettagliatissimo, stilato nel 2014, verosimilmente come reazione alle suole di Federer dell’anno prima, è un draconiano vademecum in 9 punti (più una deroga aggiunta nel 2023). Sintetizzabile così: tutto l’abbigliamento, fin dall’ingresso in campo deve essere quasi interamente bianco (non crema, non panna, non bianco sporco) compresi lacci, suole delle scarpe, bandane, polsini, cappellini, non accettate neanche le variazioni di tessuto che ancorché bianche possano formare motivi, unica tolleranza un profilo colorato non più largo di un centimetro. L’imperativo del bianco si estende pure ai dispositivi medici, bende, fasciature, cerotti, a meno che non sia proprio impossibile fare diversamente. Il bianco vale anche per la biancheria intima che a causa del sudore dovesse trasparire: Venus Williams per dire, nel fu spedita a cambiarsi per via di una spallina fucsia che sporgeva da sotto il vestito. L’unica eccezione concessa, deroga ottenuta dopo lunga battaglia dalle donne nel 2023, quella che stabilisce che le sole giocatrici che «possono indossare pantaloncini intimi a tinta unita di colore medio/scuro, purché non siano più lunghi dei pantaloncini o della gonna.


IL KIMONO DI NAOMI OSAKA
Tutto questo ovviamente non significa che gli sponsor abbiano rinunciato in tutto questo a mostrarsi, non potendolo fare con i loghi delle marche (che sono ammessi ma contenuti) e con la fantasia dei colori, si sbizzarriscono con le fogge, come prova il sontuoso kimono con cui è entrata in campo Noemi Osaka con un sontuoso kimono bianco. Ma nel corso della storia c’è anche chi non s’è adeguato: come Andrè Agassi, che a inizio carriera preferì rinunciare a Wimbledon che ai suoi inediti calzoncini di jeans.
LE PROVOCAZIONI DI SHRIVER E WHITE
Nel 1985, invece, Anne White scesa in campo con una tuta bianca aderente, di un noto marchio sportivo, ancorché total white fu invitata a presentarsi il giorno dopo con un "abbigliamento adatto agli occhi dell'All England Club». Pronta e ironica la reazione dell’avversaria Pam Shriver, la sua avversaria di quel giorno, che una gonna bianca all’antica lunga qualche giorno dopo si presentò in campo con una gonnellona bianca anni Trenta fin sotto il ginocchio. A riprova che la regola del bianco, con un pretesto o l’altro, anche dopo 150 anni (li compirà l’anno prossimo) non smette mai di far parlare di sé.








